Archivio mensile:dicembre 2015

Non passava giorno – cap. 18

foto personale
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La suoneria continuò imperterrita. Marco sorpreso e incuriosito sobbalzò per un nome che rappresentava il passato remoto. Si domandò il motivo di quella telefonata ma doveva rispondere per saperlo.

Sei uscito dal letargo invernale?” disse una voce femminile. Era squillante e allegra, non completamente nota. “Ti va, domani, di fare una pedalata insieme?” Non sentendo risposta, riprese: “Forse non ti ricordi chi sono. Io sono…”.

Marco la interruppe. “Agnese” esclamò felice di aver rotto quel loop di riflessioni, che lo stavano inchiodando da un paio d’ore. “Ti ho riconosciuto subito, anche se sono passati diversi mesi”.

Lui si sentì in colpa che da quel lontano settembre non si era più fatto vivo. Non si era dimenticato di lei. Semplicemente il pensiero di Laura continuava a dominare i suoi pensieri. “Non ti ho cercato, perché non ero sicuro che tu avessi piacere di incontrarmi di nuovo”. Il tono non avrebbe convinto nessuno, perché le parole parevano più di circostanza che una sincera motivazione.

No, no!” affermò Agnese, che non aveva colto il reale senso delle sue parole. “Sono io che ti devo le scuse. Non ti ho ringraziato per l’aiuto che mi hai dato!” La ragazza passò dal tono allegro iniziale a uno mortificato. “In quei giorni attraversavo un momento difficile. Dovevo riflettere sul senso e sugli obiettivi della mia vita”. La sua voce riacquistò sicurezza e determinazione. “Ora so quello che voglio con precisione. Sto riappropriandomi del mio corpo, del mio spirito e della mia esistenza” affermò decisa. “Domani sei libero?” lo incalzò.

Marco e Agnese si accordarono per il giorno successivo. Si diedero appuntamento nel punto esatto in cui si erano lasciati otto mesi prima, come se volessero riannodare un filo strappato dal tempo e riprendere un discorso interrotto qualche minuto prima.

Laura, posati i fogli della favola sulle gambe, rifletté su Paolo, sul lavoro iniziato da diversi mesi, su Sofia, su Matteo, sulla sua vita in generale.

Era assolutamente convinta di avere fatto la scelta giusta nella professione. Il lavoro era interessante e prometteva soddisfazioni. Si era ben inserita nell’ambiente ed era benvista sia dai colleghi che dal capo. Percepì dopo qualche settimana che lui l’avesse stimata fin dal primo istante. Questa sensazione nasceva dal fatto che le aveva affidato incarichi delicati quasi immediatamente dopo l’assunzione. Si fidava di lei e le aveva assegnato il compito di tenere le relazioni con le linee operative dei prodotti sotto la loro gestione. Poi successivamente cominciò la scrittura dei report settimanali per l’alta Direzione sullo stato di avanzamento della produzione e il raggiungimento degli obiettivi. Ricordò con piacere misto a sorpresa che a fine anno le aveva fatto ottenere un piccolo e simbolico premio in denaro. ‘Eppure avevo solo un paio di mesi di lavoro alle spalle’ si disse. Teneva un profilo basso con tutti i colleghi per non suscitare le loro invidie, mostrandosi cortese e cordiale. Piero, il suo capo, la tempestava di inviti a cena o di offerte per trascorrere con lui qualche fine settimana. ‘Lui aveva una compagna’ rifletteva, ‘ma non passava settimana che non ci provasse. Naturalmente ho sempre rifiutato, adducendo motivazioni ineccepibili. Non era mia intenzione ferirlo’.

Ripensando a quel corteggiamento discreto e insistente, Laura ragionò sulla situazione equivoca che stava vivendo. ‘Non capisco, se lui abbia una compagna o una moglie’ si disse. ‘Tuttavia ho voluto evitare un rapporto privato ingombrante. In particolare diventare la sua amante Privato e professione devono stare nettamente separati, come mi ha sempre consigliato Sofia’.

Si interrogò, se sarebbe riuscita nel suo scopo anche nel futuro. Da un lato non voleva mettere a repentaglio la sua carriera professionale, dall’altro non gradiva diventare l’amante di Piero. Non era questo il suo obiettivo. Era sua intenzione avere una relazione da mostrare alla luce del sole e non nasconderla in alberghi a ore. Scacciò questi pensieri e riprese i fogli per continuare la lettura. Non fece in tempo a posare gli occhi, quando il telefono si illuminò col numero di Paolo.

‘Che vuole?’ pensò irritata e incuriosita. ‘Sono mesi che non ci sentiamo’.

Ciao” rispose Laura, aprendo la conversazione. “Come stai?”

Bene” rispose Paolo un po’ impacciato con una banalità. Il tono freddo di Laura aveva smontato i suoi entusiasmi. “Il lavoro mi ha tenuto impegnato più del dovuto” aggiunse come per scusare il lungo silenzio. “Così ho trascurato i rapporti interpersonali”.

Oh, mi dispiace” disse la ragazza mentendo. Non nutriva alcun rincrescimento su questo punto. “Ecco il motivo per il quale non ti ho più sentito” proseguì con voce neutra. Laura non era affatto dispiaciuta, se lui non si era fatto vivo per mesi. Infatti dover combattere su due fronti, quello di Piero e quello di Paolo, l’avrebbe stressata e distolta dagli impegni di lavoro. Inventare bugie plausibili per sfuggire alle loro avance non sarebbe stato semplice.

Ora riesco respirare un po’ e posso dedicarmi alla mia persona” affermò Paolo sollevato, ignorando la sensazione di distacco della ragazza. “Hai degli impegni per i prossimi giorni?”

Laura trattenne il respiro e contò fino a dieci prima di rispondere. ‘Dove vuole parare?’ pensò irritata. ‘Si fa vivo dopo mesi e lancia un’esca, sperando che abbocchi’.

Non sentendo risposta, Paolo riprese a parlare. “Mi farebbe piacere la tua presenza in una cena dopodomani”.

Laura stava per replicare duramente, quando si impose di restare calma. Voleva comprendere, dove voleva arrivare.

Fammi pensare“ disse, “oggi è lunedì, quindi sarebbe per mercoledì. Dico bene?”.

Si” fu la laconica risposta di Paolo.

Questa la irritò maggiormente ma volle stare al gioco. “Direi che la serata sarebbe libera” fece con tono neutro, “non ricordo impegni particolari”. Laura di sera non amava avere vincoli mondani, Quella non faceva eccezione.

Bene” disse Paolo. “Allora posso contare su di te?”

Ma che cena sarebbe?” domandò la ragazza, decisa ad approfondire l’argomento. Era stato troppo evasivo per rispondere o con sì o con no. Lei non amava richieste generiche, alle quale fosse obbligata a rispondere sempre positivamente. In più dopo la rottura con Marco preferiva una vita defilata senza impegni con l’unica eccezione rappresentata da Sofia.

Non sentendo risposta ma un borbottio indistinto, lo incalzò con una nuova domanda. “A cena? Dove e con chi?”

Paolo capì che non aveva abboccato al suo invito, né che non si sarebbe lasciata incantare tanto facilmente. Lui aveva gettato l’esca ma Laura aveva finto di abboccare. L’aveva sottovalutata, perché già nei precedenti incontri aveva saputo districarsi con molta perizia. Doveva cambiare strategia per presentare la proposta in modo interessante e seducente. Era consapevole che sarebbe stata adesso più guardinga nell’ascoltare le sue parole.

Sei diventato muto?” lo sollecitò, decisa a metterlo nell’angolo. “Oppure speravi che dicessi un sì senza troppe domande?”

No, no!” si affrettò a dire Paolo. “Nessun tentativo di manipolarti”. Poi aggiunse qualcosa che peggiorò la situazione “Hai ragione, sono stato troppo generico. Però…”.

Però cosa?” replicò Laura con una tono poco amichevole. Doveva chiudere quella telefonata inutile e ambigua.

Sono diversi mesi che non si sentiamo” riprese a parlare Paolo, che cercava di uscire dal vicolo cieco in cui s’era ficcato. “Mi è sembrato indelicato chiederti brutalmente di uscire con me”.

Laura comprese che Paolo stava girando intorno al vero nocciolo della telefonata, senza spiegare il reale motivo dell’invito. Giudicò che era giunto il momento di interrompere la conversazione. ‘Non mi pare che sia una persona timida’ rifletté velocemente.

Ho capito” disse la ragazza. “Sarà per un’altra occasione. Ciao”.

Se da un lato la telefonata le aveva fatto piacere, da un altro punto di vista si sentiva presa in giro. In sei mesi, dopo il fine settimana a Cernobbio, era sparito. Né un tentativo di chiamarla, né l’invio di un messaggio. Nemmeno in occasione delle feste di Natale. A lei pareva che fosse scomparso. Eppure aveva dato chiari segni di interessamento. Ammise con sincerità che il suo atteggiamento era stato freddo e distaccato. Era Paolo che doveva corteggiarla e non viceversa. ‘Non ha fatto nulla?’ rifletté Laura che meditava sulle motivazioni del suo silenzio, durato troppo. ‘Allora vuol dire che non ero poi tanto importante per te. Telefoni per un invito a cena e non dici né dove, né per quale motivo? Per chi mi ha preso?’

Quella telefonata aveva rotto l’incanto della giornata fatta di ricordi, riflessioni, scoperte e coincidenze causali, come se il destino si fosse divertito a prendersi gioco di lei.

Aveva preso un paio di giorni di ferie perché aveva intenzione di fare alcuni acquisti, che erano stati rimandati da molti mesi. C’era anche un altro motivo: voleva godere la solitudine della casa, perché i genitori erano lontani chilometri in vacanza. Loro, da quando si era iscritta all’università, avevano allentato la morsa. Avevano smesso di trattarla come una bambina e le avevano lasciato più libertà di prima. Il dialogo con loro era rimasto inalterato: carente e privo di quella complicità e confidenza, che sarebbe stato necessario. Non avevano opposto obiezioni, quando decideva di rimanere fuori casa alla notte. Sapevano che frequentava Marco, che avevano giudicato un bravo ragazzo con la testa sulle spalle.

Il silenzio e la solitudine le facevano sentire la necessità di uscire da questa casa, confortevole e sicura, che non percepiva più come sua.

Sofia“ disse ad alta voce, perché nessuno poteva sentirla, “si è resa indipendente non appena ha trovato un’occupazione stabile. Credo che sia giunto il momento anche per me di fare altrettanto”.

Rifletteva che doveva compiere il gran passo senza urtare la sensibilità dei genitori, che avrebbero potuto aiutarla nella scelta.

Da diverse settimane non sentiva Sofia, che, coinvolta da Matteo, non aveva più tempo di parlare o confidarsi con lei. Guardò l’ora: era il momento della pausa pranzo. Probabilmente era disponibile a rispondere al suo messaggio. ‘Sofia, sento la necessità di parlarti. Che ne diresti stasera a casa mia? Laura’.

Riprese i fogli in mano. Pensò come una ragazzina di sedici anni avesse potuto scrivere una fiaba di quel genere e da quale fonte avesse tratto l’ispirazione sul fantasma Aloisa della quale ignorava tutto fino alla gita di Grazzano Visconti.

‘Su un libro di scuola?’ si disse, scuotendo il capo. ‘No! Forse sul Corriere per pubblicizzare la giostra del Biscione. Certo è stata una casualità incredibile’.

Provò a leggere qualche altra riga della fiaba. Un altro pensiero la infastidì. La sessualità inespressa, che galleggiava dentro di lei come un vascello fantasma. Ogni volta che provava a esplorarne i motivi, lo ricacciava dentro. Era un ospite indesiderato da tenere fuori dalla porta. ‘Sì’ rifletté con amarezza e sincerità, ‘è un ospite indesiderato’.

Era il rapporto col suo corpo che non funzionava e non riusciva a donarlo al compagno per condividere con lui il piacere.

‘Ho venticinque anni o meglio tra non molto sono ventisei’ sospirò, ‘ma ho avuto solo due relazioni: quella con Roberto e con Marco”.

Erano poche? Erano molte? Non riusciva capirlo. Di sicuro le riteneva insufficienti per comprendere se stessa e gli uomini. Dentro di sé avvertiva freddezza, senza essere in grado di manifestare i sentimenti che provava. Si domandò le motivazioni di questo atteggiamento. Se non era capace di capire e di superare questa barriera artificiosa, che aveva creato, non sarebbe in grado di amare un uomo. Credeva di essere innamorata di Marco. ‘Era amore autentico?’ si chiese scettica.

Il trillo speciale del telefono annunciò l’arrivo di due messaggi. Uno era di Sofia ‘Ok. A che ora?’, l’altro di Paolo ‘Scusami, sono stato arrogante’.

Una lacrima scese sul suo viso, bagnando il display.

Adesso tutto le appariva più chiaro. Quale strada affrontare e come. Comprese che doveva parlare con qualcuno. Con Marco, del quale doveva sentire la voce, ascoltare le parole, avvalersi del buon senso che trasmetteva. Era con lui che si poteva confidare senza problemi. Era con lui che doveva condividere il segreto sulla sua sessualità per sentire il suo parere e seguire i suoi consigli.

Aveva aspettato troppo a fare questo passo. Era tempo che componesse il suo numero.

Non passava giorno – Cap. 17

 

Foto personale - riproduzione vietata
Foto personale – riproduzione vietata

Marco rifletteva sul rapporto avuto con Laura: era stato assai stimolante sul piano intellettuale, perché gli aveva permesso di crescere e maturare ma lo aveva deluso su un aspetto.

‘Non ho mai capito’ borbottò nel ricordare i giorni trascorsi insieme, ‘perché fosse così terrorizzata nel fare all’amore. La prima volta mi disse di non essere più vergine. In realtà lo era o almeno lo era parzialmente. Cosa sarà successo, quando lei credette di averla persa?’ Era una domanda del tutto inutile, perché non ne conosceva le risposte. L’unica, che la conosceva, si era rifiutata di fornirla.

I flashback, che andava a ricomporre, assomigliavano a una rete, strappata in più punti, che doveva essere rammendata con pazienza e precisione.

‘Laura non se ne è nemmeno accorta di essere stata finalmente deflorata. É stato un momento bellissimo per l’intensità della passione che ha raggiunto. In quei momenti ha scalato la montagna del piacere fino ad arrivare in cima, il diapason più alto. Successivamente non è stato altrettanto appagante, perché è sempre rimasta tesa senza abbandonarsi al piacere’. Ricordò che non aveva mai forzato i tempi, lasciando decidere a Laura, quando avere un rapporto e come averlo.

Rammentò un altro particolare, che l’aveva lasciato perplesso, anche se non l’aveva mai manifestato apertamente. ‘Aveva un’autentica fobia di spogliarsi davanti a me’ si disse, ‘doveva farlo senza la mia presenza’.

‘Quando finalmente potevo infilarmi nel letto’ ricordò, ‘scoprivo che aveva le mutandine, che adorava farsele sfilare con delicatezza da me. Le teneva fino all’ultimo istante per indossarle subito dopo, al termine del rapporto’.

Marco era convinto che non avesse avuto un buon rapporto col suo corpo e con la sua sessualità. Aveva provato ad approfondire l’argomento senza grande successo. O taceva o cambiava tema della conversazione: mutava di umore, che diventava scuro come il cielo per un improvviso temporale.

Rifletté che era stato un vero peccato che fosse mancato il piacere pieno del sesso. Fatta una breve pausa tornò a ragionare su questo punto.

Si domandò come sarebbe stata una futura relazione coniugale dal punto di vista sessuale. ‘Sarebbe rimasta conflittuale’ si chiese, ‘oppure Laura avrebbe aperto le porte del segreto che ha custodito con tanta decisione?’

Si chiese, se avrebbe avuto la stessa pazienza oppure il rapporto avrebbe risentito delle fobie sessuali di Laura, e giunse alla conclusione che non sarebbe mai stato ottimale o soddisfacente. ‘Credo’ rifletté, ‘che non riuscirei in un rapporto stabile ad assecondarla con uguale calma e pazienza. In questi cinque anni è stato un fatto occasionale’.

Ragionando con freddezza, adesso comprese che l’approccio al sesso non era stato costruito su basi valide, perché lui avrebbe dovuto insistere per chiarire ogni punto, senza lasciare punti oscuri.

Questo aspetto zoppicante e opaco della loro relazione aveva aggiunto un altro tassello alle motivazioni di chiudere. Si rendeva conto che non avrebbe funzionato in assenza di un chiarimento franco e chiaro.

A parte questo aspetto c’era sempre stato un rapporto leale tra loro senza sbavature o incomprensioni. Marco riconosceva a Laura che possedeva un carattere dolce e una personalità ben pronunciata. Rammentò le lunghe e pacate discussioni sul loro futuro. ‘Aveva chiare le idee’ si disse, ‘su come avrebbe sviluppato la professione al termine degli studi’. Aveva sempre sostenuto che non avrebbe mai accettato un’offerta di lavoro, anche economicamente allettante, se non l’avesse soddisfatta dal punto di vista umano e professionale. “Devo trovare empatia nelle persone” aveva detto una delle ultime volte che si erano visti. “Non riesco a lavorare con serenità se avverto dell’ostilità nell’ambiente di lavoro. Piuttosto faccio la donna di casa”. Lui aveva annuito più per compiacerla che per essere convinto della bontà del ragionamento. ‘Si fa presto a parlare così, avendo alle spalle una famiglia facoltosa’ pensò con amarezza Marco, facendo un parallelo con la sua.

Ricordò gli sguardi invidiosi dei compagni di corso per aver costruito con lei un sodalizio stabile mai incrinato da litigi o tradimenti.

‘Non per vantarmi’ si disse, ‘ma formavamo una bella coppia. Entrambi più alti della norma facevamo sembrare dei pigmei la maggioranza dei nostri amici. I suoi capelli di un bel colore rosso attirava l’attenzione dei ragazzi e non solo di loro’.

Si alzò dalla sedia, lasciando le immagini di Grazzano Visconti sparpagliate sulla scrivania. ‘Non ho saputo dare una spiegazione chiara a Laura’ rifletté, scuotendo la testa. ‘Né allora, né in seguito. Non ho avuto il coraggio di affrontare la questione con decisione. L’incapacità di assumermi le mie responsabilità non depone a mio favore. Pareggia il conto con le fobie sessuali di Laura’. Non aveva ancora finito le riflessioni sulla relazione e sui motivi che l’avevano portato a chiudere, quando udì la suoneria del telefono.

Non aspettava nessuna telefonata. Non voleva interrompere le sue meditazioni, che lo stavano portando, sulle onde del ricordo, a chiarire verso se stesso le motivazioni della rottura per poterle esporre in un ipotetico futuro anche a Laura.

Guardò il display. Inarcò una sopracciglia e rimase a bocca aperta per la meraviglia.

Non passava giorno – cap. 15

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Laura, abbandonata la lettura della fiaba, tornò indietro negli anni, quando andava scoprendo la propria sessualità e il rapporto non troppo felice col proprio corpo. Non l’aveva sentito propriamente suo né allora né adesso. Erano i momenti, in cui aveva ai primi approcci sessuali, sofferti e complicati da paure e desideri.

‘Col sesso ho avuto un confronto conflittuale fin da subito. Mi era sembrata una pratica da evitare’ pensò amaramente. Anche adesso col viso in fiamme provava lo stesso imbarazzo di quegli anni, quando rifletteva su questo tema. Non comprendeva i motivi del disagio psicologico né di allora né di adesso. ‘Il problema è stato originato dall’educazione ricevuta in famiglia troppo rigida e bigotta?’ si chiese.

I suoi genitori, educati secondo una severa dottrina cattolica, non si erano adeguati ai mutamenti nei comportamenti della società. In particolare trattavano il sesso secondo valori e ideali anacronistici, evitando e bandendo ogni accenno di questo dalle loro discussioni. Con la madre era mancato un qualsiasi approccio sincero e sereno sulla trasformazione da bambina a donna, perché, secondo la sua mentalità, non se ne doveva parlare esplicitamente. Lei aveva trascurato l’argomento o l’aveva trattato senza approfondirlo o con considerazioni evasive e imprecise tali da creare più dubbi che certezze. Non era stata in grado di esporre con parole adeguate i cambiamenti che stavano avvenendo nel corpo di Laura durante la pubertà, non rispondendo alle domande che la figlia poneva.

‘Percepivo il sesso come una punizione’ si disse amaramente Laura, ‘per essere cresciuta troppo e troppo in fretta’.

Si soffermò a meditare su queste ultime parole, prima di riprendere il filo dei ricordi che si andavano srotolando tra voglia di seppellirli e desiderio di estrarli. Aveva presente le compagne di scuola che a dodici anni avevano avuto le prime mestruazioni, mentre lei cresceva solo in altezza avvolta in un corpo da bambina. Loro si sentivano già donne per il ciclo, per il seno che richiedeva una terza, per il sedere rotondo e sodo. Lei pativa una condizione di inferiorità nei loro confronti: era considerata ancora una bambina, perché non aveva il ciclo, i seni erano inesistenti ed era tutta pelle e ossa.

Quando diversi mesi dopo, quasi a tredici anni, arrivò il primo mestruo, la madre visibilmente infastidita liquidò l’argomento, dicendo che era una cosa naturale, come se ne ignorasse il significato. Si rifiutò di parlarne, di spiegarne le cause, come se fosse un argomento sporco da ignorare, da non nominare. Questo atteggiamento di chiusura aveva lasciato un profondo segno nel suo carattere, tanto che accusava complessi di inferiorità.

Sospirò per quei lontani ricordi. ‘Le mie compagne erano circondate da nugoli di ragazzini brufolosi dalla voce ormai grossa come il loro membro ben visibile attraverso i pantaloni’ ricordò. ‘Subivano un vero assalto. Si lasciavano strusciare dai compagni, che infilavano le mani ovunque. Sulle tette floride, negli slip minuscoli alla ricerca del sesso. E ridevano compiaciute’.

Laura assisteva allo spettacolo in disparte senza che nessuno la degnasse di una parola, di una attenzione. Era come se fosse diafana e trasparente agli occhi dei compagni. Non capiva quale piacere loro provassero e malediva di avere un corpo magro e alto con un seno minuscolo appena abbozzato. Arrivata al liceo aveva cominciato a sentire storie straordinarie di sesso, autentiche orge a base di alcol e spinelli. La invitavano alle feste solo per fare numero, tanto che poteva tranquillamente essere scambiata per un soprammobile della casa. Faceva da tappezzeria, nessuno la invitava a ballare. La musica era solo una scusa per fare baccano e coprire altri rumori. Nessuno ballava. Stava seduta sul divano e osservava il via vai delle compagne e dei ragazzi nelle stanze da letto. Non riusciva a comprendere il motivo di quelle feste.

Ricordò un episodio che allora l’aveva molto colpita. Solo più tardi lo inquadrò nella giusta dimensione. Rita, una ragazza molto spigliata, disinibita e procace, si avviò una domenica di inizio giugno verso la stanza da letto appena arrivata e ritornò tra loro solo, quando quasi tutti se ne erano andati. Seduta sul divano Laura osservò incuriosita la strana processione di ragazzi che sparivano nella zona notte e dopo una decina minuti tornavano rossi, ansanti coi pantaloni semiaperti e un po’ bagnati. Le altre ragazze parlottavano tra loro visibilmente infastidite. Qualcuna litigò col proprio ragazzo e se ne andò, altre non accettarono i tentativi di pace. Quando Rita tornò, aveva gli occhi arrossati dal pianto, lo sguardo perso nel vuoto. Camminava in modo strano, almeno era questa l’impressione che ebbe. Non parlò, né salutò i pochi rimasti, andandosene con le lacrime sul viso. Terminato l’anno scolastico qualche giorno dopo, sparì. Nessuno seppe mai dove fosse finita.

Questo amore e odio verso il suo corpo rimase palese e immutato nel corso del tempo. Non cambiò mai, perché, come in quegli anni, aveva paura nel guardarsi nuda allo specchio, ritenendo che fosse un qualcosa di disdicevole. Mentre si lavava, faticava a sfiorarsi il sesso o quei minuscoli seni timorosa di prendere una scossa elettrica.

Laura, mentre rammentava questi particolari, intravide la propria immagine riflessa in un specchio polveroso appoggiato sul pavimento.

Non è che oggi sia migliorata la sensazione”.