Una giornata fantastica

Siccome avevo preso un
altro brutto voto, mio padre mi disse:

    – Va bene, allora oggi verrai con me a lavorare. Così
vedrai come si fatica!

    Mio padre faceva il giardiniere, e andava in giro per i
giardini altrui. Andava a potar piante, rastrellare foglie e tagliare erba col
suo potente tagliaerba.

    Quel giorno doveva occuparsi niente meno del giardino
dei terribili Lorchitruci.

    I Lorchitruci erano la famiglia più ricca e potente
della collina. A me facevano paura due cose di loro: il nome, perché mi veniva
da pensare a degli orchi molto truci; e il giardino, appunto, perché era chiuso
da una muraglia gigantesca dietro la quale chissà che cosa mai si
nascondeva." (incipit di Paola Mastrocola su ilmiolibro.it)

 

Però ero curiosa di sapere cosa si nascondeva dietro quel
muro. Mio padre c’era già stato, ma era sempre stato molto parco nel descrivere
le abitudini delle persone alle quali accudiva i giardini.

Dunque oggi marinavo la scuola col consenso di mio padre, ma
questo non mi piaceva e non i faceva gustare la giornata di libertà.

– Lavorare? – non ci pensavo nemmeno, perché ero sicura che
non mi avrebbe fatto fare nulla.

La sveglia era stata alle sei anziché alle sette come al
solito, ma mi piaceva vedere sorgere il sole con il cielo rosato là in fondo e
cupo sopra la mia testa. Questa mattina alcuni fiocchetti rosati solcavano il
cielo come graziose navicelle, mentre di buon passo lo seguivo lungo il ripido
sentiero che conduceva al giardino più impenetrabile della collina.

L’ululato sguaiato di due cani ci accolse da dietro l’enorme
cancellata di ferro, che chiudeva la vista della villa. Un brivido di freddo mi
percorse la schiena, ma mi dissi: – Non puoi avere paura! Sono solo due cani. –

Però un po’ di tremarella agitava le mie gambe, che avrebbero
voluto correre giù lungo quel sentiero percorso con tanta baldanza.

Ero sempre stata una bambina vivace, impertinente e con poca
voglia di applicarmi a scuola, ma la maestra, un donnone dalla circonferenza
smisurata, diceva ai miei genitori attoniti ed amareggiati:

– E’ intelligente e dalla mente sveglia. Sarebbe la prima
della classe, ma spesso la vedo con gli occhi sognare spazi aperti e campi
ricoperti di margherite ed elicriso.- Ed a casa erano rimproveri a non finire.
Mi piaceva sognare ad occhi aperti e poi amavo fiori ed uccelli, perché era
stato mio padre a trasmettermi quest’amore.

Dunque ero dinnanzi alla cancellata di ferro luccicante ed
imponente al fianco di mio padre e tremavo come una foglia agitata dal vento di
scirocco che seccava la gola d’estate, mentre lui era imperturbabile e sereno
come se il latrato furioso dei cani fosse musica celestiale. Mi domandavo come
faceva a rimanere così calmo senza tradire la minima emozione.

– Elisa – disse leggendomi il pensiero – tu hai paura e ne avrai
ancora di più quando vedrai Billo e Billa, due cagnacci neri e più alti di te.
Se stai calma e serena, non ti faranno nulla, ma se tremi aprono le fauci e zac
sparisci. –

Questo mi fece tremare ancora di più e i denti sembravano
impazziti dal freddo, impedendomi di fare uscire le parole, mentre la
cancellata si muoveva cigolando silenziosamente mossa da una mano misteriosa, e
vidi i loro musi spuntare dalla fessura.

Smisi di tremare perché ero diventata di marmo e loro non
abbaiavano più. Mi feci coraggio raccogliendo tutte le forze che non erano
fuggite giù per la collina e seguì mio padre all’interno.

Tutto era smisurato dagli alberi ai fiori compresi cani e
servitore che ci avevano aperto ed accolto gelidamente.

– Oh! – era tutto quello che ero riuscita a dire mentre
cautamente mi appiccicai alle gambe di mio padre. I due cani sembravano
soddisfatti, ma erano in attesa di balzarmi addosso se solo avessi accennato ad
aver paura.

Mio padre con fare sicuro si avvicinò ad una casetta
minuscola rispetto alla villa che si stagliava imponente al termine di un
ripido sentiero e cominciò ad estrarre gli attrezzi per lavorare il giardino.

Mi domandavo come avrebbe potuto manovrare quella zappa che
era alta tre volte la mia statura, che era di molto superiore alla media dei
miei coetanei di dieci anni.

La prese con disinvoltura e cominciò a zappare un angolo
dell’aiuola centrale dove fiorivano delle splendide rose vellutate di rosso,
grandi come una teste di bue.

Io a bocca aperta dallo stupore lo vedevo dare colpi
vigorosi e precisi di zappa come se l’attrezzo fosse normale.

– Elisa – mi rimproverò mio padre – non stare lì impalata
come una stoppia. Dati da fare, perché al tramonto dobbiamo avere sistemato il
giardino se vogliamo tornare a casa sani e salvi. Prendi dalla casetta degli
attrezzi il sarchio e comincia a sarchiare per togliere le erbacce intorno ai
rosai. Però fa attenzione alle spine, che sono pericolose.-

Alla paura era subentrato lo stupore e la sorpresa, perché
impugnando il lungo manico riuscivo a manovrare l’attrezzo con agilità e
precisione.

Lavorai, sudai e sbuffai tutto il giorno senza posa sempre
guardata a vista dai due cagnacci, che si erano accordati su come spartire il
mio corpo. Billo avrebbe preso la parte superiore, Billa quella inferiore. Non
potevo e non dovevo scompormi, perché erano subito lì pronti a saltarmi
addosso. Non sentivo la fame e la sete, perché la tremarella li avevano
scacciati, come la fame aveva allontanato il lupo dal bosco. Il sole stava
tramontando dietro quell’orrenda casa tutti merli e torrioni appuntiti e
dovevamo sbrigarci.

Finalmente dall’enorme uscio uscì Gianantonio Lorchitruci,
alto come un palazzo a tre piani, che guardò il lavoro che avevamo fatto e
disse soddisfatto ed amareggiato: – Anche stavolta dovrò rinunciare alla cena
serale. Prendi questi due zecchini d’oro e arrivederci al prossimo mese. –

Non vedevo l’ora di lasciarmi alle spalle quell’orrenda
cancellata e correre a perdifiato lungo la discesa verso casa.

 

Mi svegliai col cuore in gola e col fiato corto come se
avessi corso per mille miglia.

-Papà – dissi con un filo di voce – da oggi metto la testa a
posto e non prenderò mai più un brutto voto a scuola. È centomila volte meglio
andare a scuola con profitto che lavorare con te dai Lorchitruci. –

Mio padre sorrise accarezzandomi i capelli biondi e
spettinati.

 

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