Cosa pensa Puzzone…

Ulteriore assaggio del nuovo romanzo con Puzzone. Cambia casa e cambia città e questo… ma leggete cosa ne pensa Puzzone.

Puzzone a ottobre vide il capobranco sparire per molti giorni, capendo che qualcosa era cambiato e pure in peggio, perché i fine settimana non erano più quelli di prima. I viaggi in una città che non assomigliava per nulla a Treviso lo misero in confusione. Percepì di essere relegato a un ruolo di comparsa. Il colpo di grazia arrivò con gli scatoloni, che venivano riempiti, mentre la casa si andava svuotando. Una mattina nebbiosa un gruppo di persone mai viste cominciarono a portare via scatoloni e quello che stava nelle stanze. Lo confinarono nel terrazzo, finché il capobranco non lo caricò sull’Audi per scaricarlo un paio d’ore più tardi davanti a un cancello.

Mentre Puzzone si guardava intorno smarrito, un furioso concerto di latrati gli diede il benvenuto. Non era una bella accoglienza quell’abbaiare sguaiato ma Puzzone diede una scrollata stiracchiandosi e infilò il cancello. Il prato era malmesso, nel senso che l’erba era alta senza un alberello sotto il quale schiacciare un pisolino o da usare per fare la pipì. Tuttavia era ampio per muoversi e correre. Di certo era meglio del vecchio terrazzo. Mentre stava esplorando il nuovo posto vide gli stessi figuri che qualche ora prima avevano portato via scatoloni e arredi. Adesso stavano compiendo l’operazione inversa. Avrebbe voluto esplorare la casa ma il capobranco era stato irremovibile vietando l’ingresso. Si rassegnò a selezionare i vari odori nel prato.

Il primo era quello inconfondibile dei topi, diverso da quello percepito nelle corse lungo i canali di Treviso, meno pungente ma ugualmente caratteristico. Si dedicò a cercare le loro tane senza successo. Poi quello acre e maleodorante dei felini. “Maledetti puzzoni” pensò Puzzone ricordando di averne visti al suo arrivo. Non ci aveva fatto caso, impegnato a capire dove fosse arrivato ma non gli erano parsi felici della sua presenza. “Se disponibili a fare amicizia, sarò ben lieto ma se mi fanno la guerra peggio per loro” si disse, mentre si rotolava nell’erba bagnata dalla nebbia.

Puzzone si sentì trascurato, perché a parte la ciotola con le crocchette e l’acqua fresca non lo degnavano di uno sguardo. Sembrò di essere diventato trasparente. Il capobranco e la sua compagna parevano essere stato colti da una frenesia strana. Li sentiva urlare e facevano un frastuono incredibile. Dopo una settimana allucinante Puzzone li vide più tranquilli, mentre la situazione si andava normalizzando. Alla fine poté entrare in casa aspirando il buon profumo di vernice fresca. Un paio di giorni dopo arrivò un uomo con uno strano attrezzo che produceva un rumore fastidioso. Trasformò il prato incolto in un soffice tappetto verde dal profumo buonissimo. Fece dei buchi dove infilò degli alberi talmente gracili che facevano pena. In un angolo fu posizionato una struttura in legno per ospitarlo. Una sistemazione confortevole, pensò soddisfatto.

Sistemata la parte logistica Puzzone doveva insegnare a quei zotici di vicini chi era e farsi rispettare. Dapprima fece capire ai topolini, anche graziosi nelle loro dimensioni, che era prudente girare al largo dal suo giardino. Chi non l’avrebbe compreso terminava la sua vita terrena. Quella folta colonia di felini, abituati a sonnecchiare nel suo regno venne convinta che era meglio cercarsi un altro posto per fare il pisolino. Qualcuno provò a fare il gradasso, convinto che fosse come gli altri stupidi cani, ma batté rapidamente in ritirata se voleva evitare guai peggiori. Altri, più intelligenti, superata la diffidenza iniziale, strinsero amicizia con Puzzone, ottenendo il permesso di entrare nel suo regno. Puzzone pose un’unica condizione di non disturbare merli, cince, pettirossi e altri piccoli volatili, che potevano banchettare nel prato a loro piacimento.

Dopo un mese trovò confortevole la sistemazione, anche se restava tutto il giorno da solo. Il capobranco e la compagna sparivano presto e tornavano tardi. Tuttavia non si annoiò, perché c’era sempre un imprevisto a movimentare la giornata come quella mattina, quando uno sconosciuto scavalcato il cancello si avvicinò alla porta di casa. Batté in ritirata con i jeans strappati e una natica che sanguinava. Nessuno gli aveva insegnato come trattare gli intrusi non graditi ma qualche goccia di sangue di un avo remoto aveva risvegliato le ataviche conoscenze. Se il capobranco o la compagna facevano entrare gli estranei, lui non mostrava la sua forte dentatura ma tutti gli altri dovevano girare al largo.

L’altra novità piacevole era la passeggiata serale in un posto pieno di verde e senza il rischio di finire in acqua. Insieme a lui correvano altri cani. Alcuni pazzi furiosi, perché tentavano di aggredirlo senza molto successo. Con altri era sufficiente una bella annusata e giocare a rimpiattino. Tuttavia quello che aveva suscitato la sua curiosità era il numero di persone, giovani e meno giovani, che camminavano, correvano e sudavano.

Insomma Treviso dopo un po’ rappresentò un ricordo sfumato.

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