La porta socchiusa – parte seconda

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La prima parte lo potete leggere qui.

Una visita inattesa

Lara rimase senza parole con la porta semiaperta. Gli occhi sgranati osservavano quella figura che aveva suonato. Ne vedeva il viso e i capelli e quella mano senza una ruga sottile come quella di un pianista.

«Posso?» domandò con voce bassa e dolce attraverso quella fessura. «Può aiutarmi?»

Lei farfugliò qualcosa di incomprensibile prima di rispondere. La sorpresa era stata così intensa che per una frazione di tempo non era riuscita a coordinare mente e parole. «Certamente! Mi dica? Come posso aiutarla?» replicò con tono gentile, riprendendo il controllo dei suoi pensieri.

L’uomo era impacciato come se si vergognasse di aver chiesto aiuto. «Avrei bisogno di chiamare mio figlio ma ho solo il telefonino senza un centesimo di carica». Il viso bianco divenne rosa per l’imbarazzo di ammettere che non si poteva permettere una ricarica.

Lara aprì la porta completamente, osservando quella figura che pareva ingobbita per il disagio di quello che aveva detto. «Ma certamente!» affermò mettendosi di lato per farlo entrare. «Può usare il fisso oppure il mio iphone. Quello che le viene più comodo. Entri e non rimanga sulla porta».

L’uomo fece un passo avanti ma si fermò. «Sono un maleducato. Non mi sono presentato» recitò con aria contrita. «Giuseppe Mora».

Lara sorrise. Non voleva metterlo in imbarazzo ridendo su quelle parole che sapevano di antico. «Siamo pari!» affermò piegando il capo di lato. «Nemmeno io mi sono presentata! Lara Dalbuono. Sono la sua dirimpettaia da poche settimane e non ho ancora trovato il tempo di farmi conoscere come le buone maniere mi avrebbero imposto di fare!»

Giuseppe mosse qualche cauto passo, scrutando con attenzione quello che vedeva. Qualche scatolone ancora chiuso, altri aperti. Un paio di quadri appoggiati sul pavimento e accostati alla parete. Sorrise mettendo in mostra una dentatura per nulla perfetta ma bianca senza macchie.

«Non sono ancora riuscita a dare una parvenza di casa a tutto» spiegò con tono calmo, intuendo che il suo vicino aveva notato la confusione della stanza. «Quando ho traslocato, ho creduto che dopo una settimana tutto fosse in ordine. Invece…».

Giuseppe scosse il capo come per giustificarla, accennando a un sorriso sincero. «Ha ragione. Si crede sempre che in un attimo tutto vada a posto come per incanto». L’anziano mosse cauto qualche passo facendo attenzione di non calpestare qualcosa.

«Venga» fece Lara con un ampio gesto della mano, dirigendosi a sinistra. «Ci sistemiamo in cucina. Questa col bagno sono le uniche stanze non ingombre di oggetti o scatoloni da sistemare. Lì, staremo comodi a prendere un tè o un caffè oppure…».

Giuseppe la seguì docilmente sedendosi su una sedia impagliata attorno a un tavolo di faggio quadrato. «Non si disturbi. Non prendo nulla…».

La donna scosse il capo, insistendo, finché non accettò un succo di frutta all’ananas. Per lei si preparò un caffettiera di caffè. Dal frigo prese il cartone del succo e da uno sportello un bicchiere di cristallo. Mentre la caffettiera faceva il suo mestiere, riempì il calice di ananas. Visto che l’uomo sembrava a suo agio, pensò di chiedergli il motivo della porta socchiusa.

Giuseppe composto sulla sedia attese che Lara si versasse il caffè nero nella tazzina prima di sorseggiare il succo di ananas.

«Non vorrei essere indiscreta» cominciò con cautela la donna, mentre centellinava il caffè bollente. «Mi sono chiesta il motivo per cui lei lascia sempre la porta socchiusa, anche quando esce».

Giuseppe sorrise, perché immaginava che prima o poi glielo avrebbe chiesto. Si appoggiò allo schienale, ponendo il calice sul tavolo. Inspirò rumorosamente dell’aria e tentò di spiegare quella stranezza.

«Deve sapere» iniziò con voce titubante, perché non era certo che la donna ne avrebbe capito i motivi. «Vivo con mia moglie che è relegata su una poltrona. Ho sempre il timore di morire all’improvviso e se la porta è chiusa, nessuno può entrare per assisterla».

Lara aggrottò la fronte e strinse le labbra. C’era qualcosa che non tornava nella giustificazione. Devo insistere oppure mi accontento?

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Galeotto fu un libro – parte settima

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Chi è Kika?

Stefano balbettò una frase incoerente, mangiandosi qualche parola e si sfregò le mani nervoso.

Delia fece una faccia dispiaciuta ma dentro di lei sorrideva per l’impaccio del ragazzo. «No, no!» si affrettò a dire simulando dispiacere. «Capisco che è una ferita dolorosa Kika. Quindi possiamo parlare di noi. Chi siamo e cosa facciamo. Quali sono le nostre aspirazioni per il futuro. Lasciamola perdere».

Stefano abboccò all’amo e iniziò a spiegare come aveva conosciuta Kika, ignorando il suggerimento della ragazza.

«So di essere un po’ imbranato» ammise abbassando lo sguardo quasi come un sussurro. In effetti con le donne proprio non ci capiva nulla e sbagliava tutti i tempi dell’approccio. Quando è il tempo giusto di proporre o fare una avance, sto zitto impacciato e questa sfuma. Lo faccio però nei momenti meno opportuni rimediando delle figuracce megagalattiche. Però non posso condividere tutto questo con Delia. Anch’io ho un’anima e un amor proprio.

Dopo una piccola pausa che Delia con perfida attenzione non interruppe, riprese il discorso. «Un anno fa, più o meno, mi sono iscritto a un social. In realtà era un’app da usare col telefono. E lì ho incontrato Elke, che mi ha indirizzato a come scovare l’anima gemella».

Stefano deglutì con la bocca secca e si versò un altro goccio di coca. Delle gocce di sudore gli imperlavano la fronte, mentre con la lingua umettava le labbra.

«Vedo che è un ricordo doloroso questo di Kika. Meglio un cambio di argomento» spiegò Delia con un tono poco deciso, come se invece lo volesse spronare ad aprirsi. «Io lavoro come commessa in un negozio del centro commerciale Quo vadis?. Forse te lo avevo già detto. Però non ricordo. Tutto sommato mi trovo bene e la paga è buona. Però quando ci sono le feste come Pasqua o Natale è un delirio per gli orari e le persone. Non si può avere tutto dalla vita». Si adagiò allo schienale della poltrona, sperando che lui riprendesse il discorso su Kika, perché le stuzzicava la curiosità di conoscerne la storia.

Visto che lui si era inceppato e stava zitto, gli domandò con tono secco. «Hai detto, se non ricordo male, che lavori in un complesso industriale. Ma cosa fai di preciso, se non è un segreto?»

Stefano scosse il capo come per negare che fosse un segreto. «Mi occupo di informatica…».

«Urca!» esclamò Delia alzando la voce di un’ottava. «Un piccolo hacker!»

Il ragazzo sorrise compiaciuto ma si affrettò a smentirla. «No, non sono un hacker. Scrivo codice e gestisco delle app aziendali. Un lavoro impegnativo, specialmente a fine anno. Tuttavia mi diverte. Ho sempre sognato di occuparmi di questo. La paga… Beh! Potrebbe essere migliore ma visto che vivo in famiglia, è sufficiente per le mie necessità».

Delia cavalcò l’onda e gli pose un’altra domanda. «Se sei bravo, perché non cerchi un lavoro lontano da qui. Che ne so… ad esempio a Milano…». E lasciò in sospeso la domanda, sperando di avere la sua risposta.

Stefano scrollò il capo come se volesse negare di cercare un posto lontano. «Le occasioni ci sono state e non mancano ma preferisco rimanere qui anche se altrove la paga sarebbe migliore. Però in un’altra città dovrei pagare un affitto e mangiare e poi…». Fece una piccola pausa prima di riprendere il filo del discorso. «Dovrei ricominciare tutto da capo con le amicizie. Inoltre non è detto che nel nuovo ambiente mi troverei bene. Qui sono trattato con rispetto e considerato bene. L’ambiente è positivo. Coi colleghi ho legato e ci aiutiamo a vicenda senza farci degli sgambetti».

Delia sorrise in modo sarcastico. Te li raccomando i colleghi. Davanti tutti gentili ma appena giri le spalle… Zac! Una coltellata nella schiena. «Mi fa piacere ascoltare qualcuno che parla bene dei colleghi. Io non posso dire altrettanto. Bisogna fare attenzione a quello che dico e mi devo guardare con attenzione intorno».

Stefano sorrise sghembo. In realtà lui non dava molto spazio e confidenze ai colleghi. Solo lo stretto necessario, perché anche loro stanno in guardia. Però, non mi risulta che mo abbiano teso dei tranelli per avvantaggiarsi. «Capisco quello che vuoi dire ma ti assicuro che alle spalle non hanno mai tramato. Fuori dall’ufficio ci troviamo di rado. Direi quasi mai ma credo che sia meglio così. Legami troppo stretti non funzionano. Prima o poi capita di far baruffa».

Delia sorrise. Non è così ingenuo come vuol lasciar credere. «Che ne dici se attacchiamo la vaschetta di gelato?»

Il ragazzo annuì, mentre lei si alzava per prendere coppette e gelato.

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La porta socchiusa – parte prima

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La porta socchiusa

Quando Lara si trasferì nel nuovo condominio, notò subito due cose.

La prima era il silenzio ovattato del pianerottolo, come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo. La seconda era la porta dell’appartamento di fronte al suo.

Sempre socchiusa. Non spalancata. Non chiusa. Solo quel margine incerto di pochi centimetri che non basta a vedere dentro, ma basta a farsi vedere.

All’inizio pensò a una svista. Magari una guarnizione rotta, un’abitudine bizzarra, una dimenticanza ripetuta. Ma ogni mattina, quando usciva per andare al lavoro, e ogni sera, quando rientrava, la porta era  esattamente nello stesso punto. Aperta quel tanto che basta per far uscire il profumo del caffè o far filtrare, la sera, voci basse che non diventavano mai parole.

Nei primi giorni Lara fece finta di niente. Salutava il vuoto con un cenno rapido. Una sera tossì apposta, più forte del solito, mentre passava. Nessuna risposta.

Aveva provato a sbirciare. Una volta sola. Una poltrona vicino alla porta, forse un tavolino, forse una luce accesa. Tutto troppo sfocato per dire qualcosa con certezza.

Poi, la domenica pomeriggio, mentre sistemava gli scatoloni nel corridoio, sentì un fruscio provenire da quella fessura. Si voltò. Una mano era appoggiata al bordo della porta. Lara rimase immobile. Un piede a terra, l’altro sospeso.  Il cuore accelerò appena

Rimase in quella scomoda posizione il tempo necessario per vedere un signore anziano uscire di soppiatto da quella porta. Sembrava che volesse mimetizzarsi con l’ambiente circostante.

«Buon pomeriggio» farfugliò con tono incerto Lara, ricomponendosi.

L’uomo proseguì come se lei fosse trasparente e gli scatoloni non esistessero. Eppure ingombrano il corridoio! Lo vide inciampare pericolosamente in uno non accostato al muro. Poi si dileguò nelle scale che portavano al pianoterra.

Lara scosse la testa come se volesse negare quello che aveva visto. Continuò nel rompere gli scatoloni e mettere i pezzi in uno che già traboccava. Era il secondo viaggio che faceva quella domenica per sistemarli vicino alla raccolta carta.

Lara era una ragazza di venticinque anni, alta più della media con i suoi centosettantacinque centimetri. Si era trasferita nel condominio da appena due settimane ma l’appartamento era ancora poco praticabile. Quando aveva deciso di traslocare, credeva che in un paio di giorni la nuova abitazione fosse pronta per invitare le amiche a prendere un tè. Invece si rese conto che aveva accumulato una quantità esagerata di cose di cui non se ne era accorta. Era il numero di scatoloni che le fece capire quanto fosse stata ottimista.

Rientrata nel suo appartamento si sedette sul divano ingombro di vestiti e ripensò alla visione di quel personaggio che abitava l’appartamento di fronte al suo. Quanti anni avrà? I capelli sono bianchi ma la figura è eretta. I capelli non volevano dire nulla perché il fisico le sembrò ancora giovanile. Provò un disappunto misto a un pizzico di curiosità per quella apparizione. Era curiosa di conoscere la motivazione di quella porta socchiusa, anche adesso che era uscito. Però provò un piccolo disappunto perché nonostante lei l’avesse salutato con cortesia, lui l’aveva ignorata come se non esistesse. Ma vive da solo oppure…, si chiese perché era certa di aver udito anche un’altra voce uscire da quella fessura. Chi sarà? La moglie? La compagna? Scosse la testa e si alzò, prendendo alcuni vestiti per appenderli nell’armadio dell’ingresso.

Del misterioso vicino lentamente se ne scordò, tutta presa nella sistemazione degli abiti per liberare il divano, quando sentì il campanello dell’ingresso.

Chi sarà? Non sono nelle condizioni di ricevere nessuno. Si guardò intorno vedendo il caos della stanza.

Aprì la porta appena per scorgere chi fosse e restò di stucco.

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Poesia in effe

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In onore del freddo  ho scritto una poesia in EFFE

Fiero funesta la

fantasia con fanciullesca

fissazione.

Franco filtra i

favori del firmamento,

fingendo fatiche col fiatone.

Finora facciamo

fedeli frazioni di

fatture fatiscenti,

finché non finiamo

forza e freschezza.

Fissiamo la fessura della

finestra, forse una frattura.

Freddo, frescura

fabbricano

flebili facciate di

facili facezie.

Chagall – foto personale

Per Luisa ho costruito questa poesia in effe.

Fuoco, fiamme

fondono le finestre,

fuori al freddo la fantesca

fa fagotto fra le fanfaluche e le fandonie della

fanciulla falsa.

Fissa il fabbricato dalla facciata di faggio,

fontane fluorescenti forniscono

flebili fari per le faccende della famiglia.

Frequenta il fachiro: si flette flessuoso.

Fissazione di fama fagocita il fanciullo.

Fine della festa.

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Galeotto fu un libro – parte sesta

foto personale

Per chi fosse curioso può leggere la puntata precedente qui.

Eccomi con la sesta parte.

A casa di Delia

Delia abitava in quello che fino all’inizio del novecento era stato il ghetto ebraico. All’inizio della sua strada c’erano ancora i segni: i due cardini che sostenevano il pesante cancello di ferro che alla sera richiudeva gli ebrei nelle loro vie strette e tortuose. Le case erano addossate l’una all’altra e avevano almeno quattro piani, dove gli ultimi erano chiaramente posticci.

L’appartamento di Delia era al piano nobile, il primo, ed era il frutto dello smembramento di quello originale diviso in tre parti. Il suo era la parte migliore coi soffitti affrescati con scene bucoliche e due enormi camini in marmo rosa di Verona. Quattro enormi finestre lo rendevano luminoso a differenza degli altri due che prendevano luce da un cavedio.

Infilata la chiave nel grande portone di quercia lavorata con scene di caccia, Delia accese la luce nel grande androne che mostrò una vecchia porta sulla sinistra e un imponente scalone di marmo sulla destra.

Stefano allargò gli occhi per la meraviglia socchiudendo la bocca come se volesse far uscire un “Oh!” di meraviglia.

«Una volta da quella porta si accedeva alla bottega di un falegname» spiegò accennandola col capo. «Adesso ospita le nostre macchine. Una bella comodità per chi abita nel centro storico avere l’auto sotto casa e sempre disponibile».

Dopo aver deposto sul tavolo in cucina quanto acquistato lungo il tragitto, la ragazza fece un rapido giro per la casa per mostrarla a Stefano. In effetti non c’era molto da vedere. Due ampie stanze col camino e soffitti affrescati, un comodo bagno cieco e una cucina di generose proporzioni che aveva due piccole finestre in alto che prendevano luce dalla scala.

«Sistemati sul divano. Arrivo con bevande e mangiare» urlò Delia dalla cucina, mentre armeggiava col frigorifero per sistemare la vaschetta di gelato.

Mise sul tavolino di teak, un pezzo degli anni sessanta ereditato dalla nonna, un vassoio con vino bianco ghiacciato, coca cola e birra e diversi bicchieri e boccali. Poi aggiunse le tartine acquistate Al Birbante, dei tranci di pizza e di ceci e un paio di contenitori con insalata e fagioli già conditi.

«Forza!» affermò la ragazza con tono deciso. «Io ho una fame da lupi. Pensavo di mangiare qualcosa alla discoteca ma…». E si versò un calice di vino che appannò il vetro, mentre metteva in bocca una tartina al salmone con salsa di tonno.

Per una buona mezz’ora si sentì solo il rumore della masticazione, il deglutire delle bevande inframmezzato da qualche borbottio che simulava una parvenza di conversazione.

«Dimmi di Kika» iniziò Delia con tono inquisitore, mentre si detergeva le labbra con una salvietta di carta, trattenendo un piccolo rutto.

Stefano rimase interdetto, sgranando gli occhi azzurri. Farfugliò qualcosa e diventò rosso come un pomodoro.

«Ho capito» fece la ragazza con tono ironico. «Non ne vuoi parlare». Poi si alzò per prendere la vaschetta di gelato e alcune fette di torta.

«Ma no!» protestò il ragazzo con le orecchie bordeaux per la figuraccia appena rimediata. «Quando ti siedi, ti racconto tutto!»

Delia sogghignò soddisfatta senza farsi notare.

La serata sembrava prendere il binario giusto.

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Una storiella di gennaio

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Creare un miniracconto usando le lettere di GENNAIO

Nasconde la Neve col bianco candore il Giardino Addormentato per l’Inverno. Si deve spallare la neve prima che geli. Con Energia e sudore viene accumulata Oltre la siepe.

Il Nuovo Anno è Nato da pochi Giorni ma ci Invita con la sua veste bianca come un Etereo bambino ma senza Originalità.

La Galaverna ricama Esclusivi arabeschi ghiacciati sui rami Nudi, come Nidi Artificiali Intorno agli Occhi delle gemme dormienti.

Per un’incomprensione ho sbagliato tutto. Quindi ripropongo la storiella di gennaio, usando questo dieci parole:

giunge Gaia giada entusiasmo nuovo no noia amore indomito  occhio

Con gennaio inizia il NUOVO anno per Gaia con molto ENTUSIASMO per scacciare la NOIA di un AMORE freddo. GIUNGE il mattino e osserva il giardino dove la galaverna ha ricamato arabeschi sui rami nudi intorno agli OCCHI delle gemme dormienti. Mette la collana di GIADA, il regalo di Alberto che INDOMITO la corteggia.

«NO!» Esclama con voce decisa. «Con Roberto ho chiuso per sempre!»

Scende nel salone ancora ingombro per i festeggiamenti di Capodanno. Era da tempo che non si divertiva.

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Per Luisa ho composto questa storiella usando le dieci parole di sopra evidenziate in grassetto

«Siamo di NUOVO a gennaio!» Esclamò Gaia con gli OCCHI un po’ spiritati. «Fa freddo, che NOIA

Lei preferisce l’estate calda ma anche la primavera con quell’erba del colore della GIADA. Sa che l’AMORE sboccia come le rose a maggio ma Tom, con ardore INDOMITO, la corteggia da Natale.

Le GIUNGE l’eco dell’ENTUSIASMO del corteggiatore ma NO, non ne può più. La tempesta di messaggi e si siede sconsolata di fronte alla finestra, mentre osserva la neve che scende fitta dal cielo. «Meno male! Così mi rilasso con quel bianco candore».

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Galeotto fu un libro – parte quinta

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La serata prosegue

Delia gli diede appuntamento Al birbante, un locale nel centro città. «Riporto a casa la mia macchina, poi ci vediamo lì tra mezz’ora» lo ragguagliò la ragazza allontanandosi.

Dopo essersi dati appuntamento davanti al locale, Stefano raggiunse la sua auto nel grande parcheggio dinnanzi alla discoteca. Il ragazzo imprecò diverse volte, perché alcune macchine erano sistemate male e quasi gli impedivano di uscire.

Lei invece a passo svelto raggiunse la sua, prestando attenzione alla strada, perché, spente le luci stroboscopiche della discoteca, il luogo era quasi al buio totale, rischiarato appena da un pallido lampione. Col cuore che batteva a mille si sistemò velocemente nel posto di guida chiudendo tutte le portiere. Aveva fatto la spavalda nel parcheggiarla ma comprese che avrebbe potuto fare brutti incontri anche se il tragitto era di poco conto, appena qualche centinaio di metri.

I locali del centro città erano animati come tutti i sabato sera da giovani schiamazzanti che pensavano solo a divertirsi, far baldoria e tirare tardi.

Al brigante nonostante l’ampia distesa di tavoli sulla piazzetta pedonalizzata non ce ne era uno libero. Non pareva nemmeno che qualcuno si potesse liberare tanto presto. Delia era in attesa di un tavolo libero e appariva come un rapace pronto a ghermire la sua preda.

La ragazza sbuffava indispettita e imbronciata. Non amava aspettare che qualcuno togliesse le tende lasciando libero un tavolo. Poi la nuova conoscenza tardava troppo a raggiungerla. In piedi con lo sguardo cupo meditava di andarsene, anche perché dopo una veloce panoramica intorno notò che non era l’unica in attesa. Era certa che sarebbe finita in furibondo litigio la sera. Me la sento che finirò per litigare. Forse sarebbe meglio andarmene. Neppure è stata un’idea intelligente invitare Stefano a finire la serata con me. Rifletté guardandosi per l’ennesima volta intorno se qualcuno aveva intenzione di smobilitare.

Stefano arrivò dopo diversi minuti che lei era lì nervosa come un cavallo imbizzarito. Per lui trovare un posto libero per sistemare la sua auto era stata una questione di fortuna e lui non ne aveva avuta molta.

Mentre con lo sguardo cupo monitorava la situazione sempre incerta se restare o andarsene, stringeva convulsamente la sua tracolla e si dondolava nervosa sulle gambe, quando si sentì chiamare. «Delia!»

Si girò con gli occhi che lanciavano lampi di nervosismo e lo vide che si sbracciava, mentre si avvicinava col sorriso sulle labbra.

La ragazza ebbe un moto di collera che represse quasi subito in volto sorridente. «Finalmente!» affermò con tono leggermente acido. Poi ammorbidendo la voce aggiunse: «Rischiamo di rimanere in piede per un bel pezzo e litigarci una sedia!»

Stefano annuì perché aveva osservato che la piazzetta era strapiene di giovani in parte seduti e in parte in piedi in attesa di un mitico tavolo. Stava per replicare, proponendo di spostarsi in qualche altro locale, quando fu colto in contropiede da una proposta di Delia.

«Prendiamo un vassoio di tartine e qualche stuzzichino. Poi strada facendo ci facciamo una vaschetta di gelato e qualche trancio di pizza. Compriamo qualche cola e birra dal cingalese…». La ragazza fece una piccola pausa prima di riprendere il discorso. «Boh! Forse è un bengalese oppure non saprei. Hanno la pelle scura ma non sono dei negri. La sua bottega è sempre aperta fino a mezzanotte. Vende anche frutta e verdura oltre che alle bevande. In casa ho qualche bottiglia di vino e un pezzo di dolce».

Il ragazzo la guardò stranito. Non si aspettava che lo invitasse a casa sua a terminare la serata.

«Oppure preferisci andartene per i fatti tuoi?» domandò con tono incerto, vedendolo con l’occhio smarrito.

«No, no!» si affrettò a confermare con un bel sorriso stampato sulle labbra. Una serata iniziata in modo incerto sta prendendo una piega inaspettata.

«Bene! Avviamoci. Il mio appartamento non dista molto» spiegò prendendolo per la mano. «Però non farti idee malsane! Stiamo in pace a chiacchierare ma niente altro». Proseguì con voce seria. Non voleva che si creasse false aspettative.

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Sotto l’influsso della luna – il pranzo di Natale

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Pranzo di Natale

Alex dopo aver chiuso la porta e riposto stivali e mantelli nella stanzetta accanto la cucina ad asciugare, ravvivò il fuoco morente nel camino. Un dolce tepore li riscaldò dopo la lunga e faticosa camminata nella neve, che andava gelando.

Mentre Marion portava in tavola un Christmas pudding e una fetta di tacchino arrosto ricoperta con salsa di pane, Alex riscaldò il mulled wine, che nella gelida serata avrebbe riscaldato i loro corpi. Poi si sedettero a tavola. Questa sarebbe stata la loro cena della vigilia.

La tavola era già pronta per il giorno dopo, quando avrebbero ricevuto gli amici per il tradizionale pranzo natalizio che a turno facevano nelle proprie abitazioni. Quest’anno era toccato a loro.

Dopo aver ringraziato il Signore per il pane quotidiano, una lama di luce filtrò attraverso la pesante tenda, che copriva la finestra, colpendo il dolce natalizio.

«È nostra signora Luna che ci ha accompagnato in questa notte buia lungo la strada. Ci sta dando il saluto della buona notte» affermò Marion con voce serena, pensando che fosse di buon auspicio per il giorno dopo.

Cenarono in silenzio, dividendo le due portate tra loro per non far mancare nulla ai loro amici quando sarebbero arrivati a mezzogiorno. Era anche un modo per controllare che il pranzo sarebbe stato un successo.

«È venuto buono sia tacchino sia il pudding. Domani faremo bella figura coi nostri ospiti» affermò Alex, pulendosi la bocca da alcune briciole. La moglie annuì contenta, confermando il giudizio del marito.

Marion aveva lavorato sodo tutta la vigilia per preparare il tacchino farcito per i loro ospiti. Era il piatto tradizionale del villaggio e non poteva mancare dalla loro tavola.

Alex l’aveva allevato con la massima cura durante l’anno, perché fosse pronto per il pranzo di Natale, quando loro insieme agli amici dei casolari vicini si sarebbero riuniti per festeggiare il venticinque dicembre.

Dopo aver lavato e asciugato piatti e posate, li misero sulla tavola, lasciando che l’ultimo ciocco finisse di bruciare nel camino.

Quando il gallo diede loro la sveglia, Marion sbirciò dalla finestra incrostata di ghiaccio per controllare come era il tempo. Alex accese il fuoco in cucina che era gelida. Indossava un pesante mantello per ripararsi dal gelo della notte. Con un dito intirizzito scrostò qualche cristallo ricamato dal freddo sul vetro della finestra.

«Hai visto Alex! Nostra signora Luna ci ha regalato una splendida giornata di sole. Sarà un pranzo speciale coi nostri amici!» esternò con voce felice Marion dalla stanza da letto, osservando il biancore della neve che il sole rifletteva in mille luccichii tanto da costringerla a stringere gli occhi per l’intensità della luce.

Marion tutta felice per l’inaspettata giornata luminosa dopo due giorni grigi per l’intensa nevicata si apprestò a completare il pranzo. Preparò otto piccole porzioni di Christmas pudding al cui interno mise sei foglietti della fortuna e due corone d’argento.

A mezzogiorno in punto Brad e Anne arrivarono portando quattro piccole crostate ripiene di frutta secca, spezie e zucchero, accolti da generosi abbracci da parte di Alex e Marion.

Subito dopo giunsero Paul e Alice con un piatto di salcicce avvolte nel bacon da servire come antipasto. Furono sommersi dai baci e dagli abbracci dei presenti.

Alla fine arrivò l’ultima coppia, Peter e Angie, che portarono cavolini con pancetta e castagne.

Era tutto un vociare allegro e uno scambio di auguri e baci nella sala illuminata da uno splendido sole, con il fuoco del camino che ardeva in un crepitio di puntini rossi.

Le quattro coppie si sistemarono intorno alla tavola imbandita per il pranzo natalizio. Al centro era l’ospite d’onore, che non poteva mancare. Il tacchino al forno ripieno di spezie, cipolle e pancetta, contornato da patate arrosto e salsa di pane. A parte c’era la cranberry sauce, una salsa di mirtillo selvatico, raccolto nei boschi intorno al villaggio, e i cavolini con pancetta e castagne. Iniziarono la festa con le sausages wrapped in bacon, deliziose salcicce avvolte nella pancetta.

Dopo aver fatto onore al tacchino e ai suoi deliziosi contorni, terminarono con gli immancabili dolci natalizi.

«Fatte attenzione nell’addentare il christmas pudding. Non vorrei dover pagare i danni dal dentista» affermò Alex con tono alterato dalle molte birre artigianali e dai mulled wine.

Tutti risero felici, sperando di essere i fortunati a cui sarebbe toccata in sorte la corona d’argento.

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