Scantina e scivola il sciocco scanzonato che scapestrato scoppia scegliendo la scabrosa scienza. Si scapicolla sullo scalino per scavalcare la sconfitta dello scioperato scienziato. Lo scaccino scaccia lo scabbioso che schivo scende per scelta la scala. Lo scafato scagiona lo schiavo del sesso che schiude la scadente scena. La scuola scalcagnata sciopera con la scaletta degli scocciati.
“La lascerà e vivrà con te. Poi ti renderai conto che ti avevo mentito e verrai per vendicarti, ma io non ti dirò quello che ti ho detto. Quindi non accadrà nulla.”
Carlotta aveva trovato nella buca della posta su un cartoncino color seppia questo strano messaggio vergato a mano.
Lo girò sperando di trovare il bandolo della matassa e capire chi era l’ignoto scrittore senza successo.
“La lascerà e vivrà con te. Cosa?” si disse, salendo la rampa delle scale che la portava nel suo bilocale.
Era un grazioso appartamento all’ammezzato di un condominio di tre piani. Un tempo era stato un ufficio di un avvocato ma da quando se ne era andato era rimasto vuoto. L’aveva comprato per un tozzo di pane, convertendolo in abitazione. Una sala, una camera da letto più cucina e bagno. Un balcone dava sul giardino condominiale. Era in condizioni penose ma dopo una bella ristrutturazione era diventato un ottimo bilocale. Aprendo la porta blindata c’era un minuscolo ingresso ricavato tirando su un muretto basso nella sala, che era luminosa nonostante la posizione quasi al livello stradale. A destra stava la cucina attrezzata con componibili di colore blu. A sinistra si trovava la camera con un letto matrimoniale dalle linee semplici e un armadio con ante a specchio. Arredi minimali ma tutti funzionali.
Carlotta col cartoncino in mano infilò la chiave nella serratura per aprire la porta. Gesti meccanici che ripeteva più volte al giorno. La sala era in penombra. Aprì le imposte e si sedette sulla poltrona nell’angolo, dopo aver appoggiato sul tavolino di mogano e cristallo la borsetta.
“Cosa sarà quello che mi ha lasciato?” rifletté, ricordandosi che non aveva nessuno. Aveva quarant’anni ed era single. Non per scelta ma per costrizione. Nessun uomo né nel passato né all’orizzonte ma nemmeno nessuna donna, anche se qualcuna ci aveva provato. In questo caso era una scelta di vita. Dunque sola con i parenti lontani.
Carlotta si era trasferita a Bolzano una decina di anni prima. Aveva vinto un concorso pubblico e la destinazione era stata questa città, fredda d’inverno e calda d’estate. A malincuore aveva lasciato il suo borgo toscano con l’idea di chiedere il trasferimento dopo qualche anno. Invece s’era trovata benissimo qui, dove la convivenza etnica non è mai stata molto felice. Però la sua conoscenza del tedesco e la sua indole solare avevano fatto il miracolo di integrarla bene nel tessuto cittadino. Quindi l’idea di avvicinarsi a casa era tramontata quasi subito. La montagna vicino, gli amici l’avevano convinta a restare.
Carlotta rilesse il cartoncino scritto con grafia precisa e rotonda. “Chi mi ha mentito?” si domandò curiosa e perplessa. “Un amico? Un’amica?” La stranezza del testo era facile da individuare. Una menzogna del passato che si trascina nel futuro. Una bugia che lei scoprirà ma nonostante i propositi di vendetta finirà nel nulla. Il senso le era chiaro ma più nebuloso era chi aveva mentito.
“Ma mentito su cosa?” si disse, rigirando il cartoncino, che depose sul tavolino. Doveva uscire per comprare qualcosa per cena a meno che non decidesse per una pizza. Però l’aveva mangiata la sera precedente e scelse di andare in Piazza delle Erbe a prendere qualcosa.
Abitava nel quartiere tedesco, appena al di là del Talvera, che divideva la città in due parti. Passato il fiume sul ponte pedonale e percorsa la passeggiata fino a via Museo, si immerse nella città, dove c’erano ancora botteghe di una volta. Tuttavia il suo pensiero era concentrato sul biglietto e saltò il consueto appuntamento nel bar pasticceria dove consumava un tè con pasticcini. Camminava come un automa senza guardare le vetrine, pensando a qualcuno, uomo o donna che nel passato le aveva mentito su… E qui il mistero diventava più fitto. “Se non conosco l’argomento della menzogna, come posso individuare la persona?” ragionò, fermandosi davanti alla macelleria, dove avrebbe comprato un stinco di maiale già cotto, dello speck. Per il pane e la verdura sarebbe andata più avanti.
«Berrai dal bicchiere di Andrea, ti ammalerai e…». Non la lasciai finire.
Quella menagramo di Ofelia, la fattucchiera che mi leggeva la mano, stava per iniziare a predirmi questo segnale infausto.
Scoppiai in una fragorosa risata. Non ero riuscito a trattenermi. Mi guardò con lo sguardo truce come se avessi detto oppure fatto una grossa cavolata.
«Perché?» mi interrogò prima con le parole e poi con gli occhi, mentre mi teneva la mano.
Le lacrime mi scendevano copiose sulle guance. Mi ricomposi. Aveva toppato alla grande.
«Peccato!» affermai con tono sicuro, scuotendo la testa. «Io non conosco nessun Andrea! E poi non bevo nello stesso bicchiere di un uomo».
Ofelia lasciò cadere la mia mano sul tavolo ricoperto di velluto nero. Fece un rumore sordo. Poi mi scrutò con attenzione increspando le labbra.
Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Una donna in carriera
– Un palombaro
– Una penna
– La foto seguente
Olga guardava mesta la fotografia. Era il cruscotto della sua auto. Una lacrima filtrò dalle palpebre. Quell’Alfetta coupé non esisteva più. Era finita stritolata dalla pressa dello sfasciacarozze.
Aveva avuto un’incidente mentre si recava al consiglio della sua azienda. La sua ascesa al potere come CEO si era interrotta bruscamente. La sua rapida ascesa a scalare i vertici aziendali l’aveva trasformata in una donna in carriera ma ora si era bloccata per colpa della morte di un palombaro che dipendeva da lei. Era stato un incidente fortuito mentre lavorava al relitto di una nave. Lei sapeva di avere la coscienza pulita ma il magistrato di turno la pensava in modo differente. Quell’inchiesta giudiziaria aveva avuto il potere di bloccarla e si era dovuta dimettere dal ruolo apicale che aveva conquistato ai danni di Roberto. Questo era il suo capo nella divisione recupero relitti ma lei l’aveva scavalcato diventando il braccio destro del CEO. Adesso doveva ricominciare a tessere la sua tela perché era certa che sarebbe uscita pulita dall’inchiesta.
«Maledetto incidente!» bofonchiò arrabbiata, spezzando un’innocente biro. «Senza quel inciampo sarei riuscita a rintuzzare le accuse di Roberto».
Gettò la fotografia sul tavolo con gesto rabbioso e uscì dall’ufficio.
Su Caffè Letterario è stato pubblicato un nuovo post, che potete leggere anche qui.
Ero iscritto a scrivere creativo, bellissimo posto ma peccato che abbia chiuso, e quasi ogni giorno proponeva un esercizio di scrittura. Era un modo per sbizzarrire la propria fantasia.
Nel lontano 20 agosto 2017 aveva proposto di scrivere una storia con limite minimo di 10 parole e quello massimo di 200. La sfida consisteva oltre al numero di parole anche a due parole chiave e un’immagine.
– Un’auto da corsa
– Un gatto
– La foto seguente
Ecco cosa ho scritto allora.
Gino era a Londra per assistere a due eventi: l’incoronazione di Carlo III e la corsa a Silverstone. “Però…” pensò Gino grattandosi la testa, “c’è sempre un però” dovendo scegliere. Non poteva vedere entrambe.
Si aggirava per Milton Road quando vide esposta la copia della corona che sarebbe stata sul capo di Carlo.
«Quanto costa?» chiese al commesso segaligno che l’aveva accolto con un inchino.
«Non è in vendita» rispose senza scomporsi.
“Se è in vetrina, allora è in vendita. Come convincere questo pinguino?”
Si avvicinò alla corona, che era di legno dorato. Un cartellino penzolava. “Cento pounds?” pensò sfiorando col dito la croce. “Peccato lasciarla lì” e uscì. Guardò l’ora. Doveva volare se voleva prendere la navetta per Silverstone. Mentre camminava per arrivare alla stazione, un gatto lo seguì. Era magrissimo e lo fissava come per dire ‘Ho fame’.
«Vieni piccolo. Si mangia». Lo prese in braccio, entrando nel negozio per comprare delle crocchette.
«La navetta è persa» borbottò, mettendo in un piatto il mangiare. «Mi comprerò il modellino di un auto da corsa, la Ferrari Formula 1. La farò correre nel salotto di casa».
Il sole picchia duro e il cielo è limpido e terso dell’azzurro più bello. La TV ci dice che cambierà il tempo da mercoledì. Sarà vero? Ci credo poco ma aspetto fiducioso che la calura cessi o scemi a valori più vivibili.
Questa estate ha superato tutti i record ma questo è meglio lasciarlo alle statistiche.
Tutto bolle dall’asfalto alla testa. Aspettiamo refrigerio, se arriva, tra pacchi di ghiaccio e sbuffi imperlati di sudore.
Il mitico ghiacciolo è il miraggio ma quello lo possiamo comprare.
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