Per l’odierno gioco del lunedì ecco un tautogramma in onere del mese di luglio
Luca lasciava in letizia il livello lumaca. Il labirinto lacustre limitava il suo lavoro laborioso. Sul limite un legno laccato limitava la lettura del libro. Lussuria e lucentezza legava la limpida legge del legale.
Di Desvenlafaxina – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/
Ludovico si leccava le labbra col lampone e il limone. Una leccornia! Lungi da lui limitarsi alla lieta lettura di un logorroico lettore al lume di una lampada. Una lussureggiante lanutella languiva lontana dal limpido laghetto.
Agata si abbandonò disperata sul sedile di legno di terza classe. Tutto era andato in fumo e non poteva farci nulla.
Con angoscia tornava sconfitta a Roix-sur-Mer.
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Clotilde – immagine 2
La luna era apparsa tra le nuvole sullo sfondo delle sue montagne.
Clotilde aveva compreso che era inutile inseguire François. Era solo un nome irraggiungibile.
Dondolò le gambe prima di rientrare in casa.
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Berto
Berto dopo il lungo viaggio si sedette sulla panchina sotto il glicine a riposare.
Guardò con occhio distratto lo sfacelo della casa dei suoi nonni. Muri scrostati, vetri infranti, erbacce ovunque e tanta desolazione. Solo il glicine sembrava non aver sofferto l’abbandono.
Era riuscito a tornare dalla guerra senza danni ma non riconosceva il luogo della sua infanzia.
Con l’angoscia che cresceva dentro di me restammo lì ancora per un po’ mentre il sole stava sparendo dietro le chiome più alte degli alberi e la radura andava progressivamente in ombra.
Helmut si alzò stiracchiandosi e pulendosi i pantaloni dalla sabbia. «In marcia» affermò con tono autoritario, raccogliendo lo zaino per metterlo a tracolla.
In silenzio lo seguimmo ma mi pareva di andare verso il senso opposto alla direzione che avevamo preso al nostro arrivo. Volevo farlo notare ma desistetti perché i miei compagni lo seguivano con docilità senza protestare. Non volevo apparire quella che metteva in dubbio tutto. Mi era stato sufficiente la freddezza che aveva accolto la mia richiesta quando sarebbero venuti a prenderci per capire che non mi avrebbero dato ascolto.
Di nuovo la cappa di caldo soffocante ci avvolse mentre ci inoltravamo nella foresta umida a mangrovia.
In silenzio, sudati e col respiro affannato raggiungemmo la spiaggia. Come avevo temuto non si vedeva il nostro resort ma una distesa verde azzurra per molte miglia. C’era il nulla davanti ai nostri occhi.
Ci guardammo sconcertati e puntammo gli occhi verso Helmut che era impassibile. Non disse nulla né ci rassicurò. Sembrava una sfinge. Rimanemmo in attesa di sentire qualcosa di incoraggiante.
Il sole era basso e iniziava a tingere di rosso la superficie del mare.
Era chiaro che aveva perso il senso dell’orientamento ed era indeciso se avviarsi da una parte o dall’altra per tornare alla spiaggia di sbarco.
Guardai il sole e capì quale direzione prendere. Con decisione mi incamminai lungo l’arenile, perché riattraversare quella foresta col buio incipiente era solo un azzardo. Se volevano seguirmi bene, altrimenti avrei agito di testa mia senza aspettarli.
Meggie rimase per un attimo indecisa se restare con Helmut e Pierre ma poi mi raggiunse prendendomi per mano. I due uomini rimasero fermi, finché non sparirono alla nostra vista.
Camminare sulla sabbia era faticoso perché molti detriti intralciavano la marcia.
Dopo aver percorso un tratto cominciammo a intravedere i bungalow del nostro resort. Avevo preso la strada giusta.
Ancora un piccolo sforzo e poi saremmo giunti al punto di sbarco. Meggie era sorridente e mi strinse la mano con forza che diventò quasi bianca. Lo sguardo era riconoscente ed era lieta di avermi seguita.
Camminando avevo la mente concentrata sul punto di arrivo e quindi mi era sembrato di aver percorso una retta mentre in realtà l’isolotto era quasi circolare.
Dietro un gruppo di mangrovie scorgemmo il nostro traghettatore e la sua imbarcazione colorata. Dunque ci stava aspettando! Pensai con sollievo. Non ci ha abbandonati qui. Però di Helmut e Pierre nemmeno una traccia.
Agitai il braccio per farmi notare e riconoscere. Avevo paura che non vedendo nessuno potesse riprendere il mare e lasciarci lì. Sarebbe stata una tragedia perché il telefono non aveva campo. Nessuno ci sarebbe venuto a cercare.
L’ultimo tratto lo facemmo di corsa e ci gettammo sulla sabbia col petto ansante. L’uomo ci guardò con occhi inespressivi mentre impassibile continuava a masticare coi denti gialli qualcosa che non riuscivo a vedere.
Il sole intanto continuava a scendere sull’orizzonte e mancava poco a inabissarsi nell’oceano. Dei due compagni non c’erano tracce. Pensai che se lui si fosse stancato di aspettare almeno noi due saremmo salite sulla barca per tornare al resort.
L’uomo dal viso scuro come il cuoio e dalle mille rughe che solcavano il volto borbottò qualcosa. Entrambe abbiamo scosso il capo. «Non abbiamo capito» affermammo con tono discreto quasi all’unisono, mentre con le braccia ci stringevamo le gambe.
Il sole era ormai quasi scomparso e le tenebre stavano scendendo sull’isola. In lontananza si vedevano le luci dei bungalow e dei lampioni nelle strade. Mi chiesi quanto tempo avrebbe pazientato il nostro uomo. Probabilmente attraversare quel braccio di mare con la sola luce delle stelle non lo impauriva ma io tremavo a quel pensiero. Per me era un salto nell’ignoto.
Avvertì la presa sul braccio di Meggie. Mi girai e vidi i due uomini sbucare dalla foresta. Tirai un sospiro di sollievo, perché voleva dire che tra non molto si prendeva la strada di casa.
«Perché siete scappate via?» mi apostrofò in malo modo Helmut col tono della voce arrabbiato. «Ci avete fatto perdere del tempo ad aspettarvi».
Lo guardai con occhio torvo e gli lanciai un’occhiata di fuoco. «Se ci aveste seguite saremmo già al resort» replicai con tono secco mentre lo fissavo negli occhi senza abbassare lo sguardo. «Noi siamo qui da un bel pezzo e abbiamo temuto che il nostro traghettatore vi avrebbe lasciato qui».
Helmut borbottò qualcosa di non intellegibile, mentre saliva sull’imbarcazione.
Il viaggio di ritorno avvenne in un silenzio irreale rotto solo dallo sciabordio dello scafo. La bava di vento non rese veloce il viaggio, che mi sembrò interminabile.
Finalmente sono a terra! Riflettei mentre mi avviavo verso il mio bungalow, dopo aver saluto i miei compagni. Domani, se Dio vuole, tornerò a casa. Questo pensiero mi ricordò quello sciagurato di Robin e la rabbia prese a salire.
Proposi la gita al gruppo senza raccogliere consensi entusiastici a parte un paio di loro. Decidemmo comunque di farla lo stesso anche se eravamo solo in quattro. Due donne e due uomini. Sembrava che volessimo fare un qualcosa di trasgressivo essendo due coppie ma fu pura casualità.
L’isolotto distava solo cinque miglia marine ed era disabitato, perché, quando il mare era in tempesta, andava sott’acqua. Anche quando c’era alta marea la sua superficie veniva ricoperta per metà dal mare. Però era di un verde che non avevo mai visto in vita mia.
Ci accordammo con un pescatore del luogo che con la sua strana imbarcazione a vela ci avrebbe traghettato fino all’isola del desiderio. Era stretta con due appendici laterali e una vela quadrata. Inoltre era il vento il suo motore. Non ne conosco il nome ma le avevo notate a secco sulle spiagge durante il soggiorno dipinte con colori sgargianti. In realtà non mi faceva molto affidamento ma decisi di essere fiduciosa. Ci sedemmo stretti stretti con solo uno zaino pieno di cibo e poco altro, perché lo spazio era veramente ridotto e cinque persone erano troppe.
Sembrava un siluro mentre fendeva il braccio di mare che ci divideva dall’isola spinta da una bella brezza che increspava la superficie dell’acqua. Rimasi impressionata per la velocità ma anche impaurita di finire a mollo, mentre i miei compagni di viaggio ridevano in maniera irresponsabile. Le cinque miglia furono coperte in un batter di ciglia. Ci sbarcò su una spiaggia nemmeno troppo pulita piena di detriti, eredità di passate tempeste. La sabbia finissima era già calda nonostante l’ora mattutina. L’acqua era cristallina lasciando intravvedere i fondali sabbiosi. L’uomo borbottò qualcosa d’incomprensibile e poi riprese il largo tra l’indifferenza dei miei compagni d’avventura.
Rimasi basita e con lo sguardo li interrogai senza ottenere risposta. Ci lascia qua oppure ci viene a prendere? Ma quando? Era il dubbio che albergava nella mia mente vedendolo sparire all’orizzonte. Forse dobbiamo ritornare a nuoto? Era il cruccio che mi assillava mentre gli altri ridevano e scherzavano come se non fossero per nulla preoccupati di essere abbandonati su un’isola deserta.
Tutta la curiosità e il desiderio che ogni mattina mi coglieva al momento del risveglio osservando la mia isola era svanito lasciando il posto all’ansia.
Con la paura, che non mi abbandonava per un secondo, la iniziammo a esplorare. Una lussureggiante foresta a mangrovia si estendeva dinnanzi ai nostri occhi poco oltre la spiaggia. Helmut dalla chioma biondissima si era messo alla testa del gruppo. Lui abitava ad Amburgo e faceva di professione il chirurgo. Mostrava un’invidiabile sicurezza che invece mancava a me. Al mio fianco stava Meggie, una inglesina esile dai capelli stopposi e dal seno appena abbozzato, nonostante fosse più vecchia di me di diversi anni. A chiudere la fila Pierre, un parigino figlio del mondo, come amava definirsi. Aveva sempre un sorriso ebete sulle labbra e pareva vivere in un mondo tutto suo. Anche in questi momenti aveva lo sguardo svagato mentre con gli occhi coglieva quello che ci stava intorno.
Senza dubbio era un quartetto male assortito ma che comunque andava d’accordo perché non c’erano prime donne e né ruoli predefiniti.
Man mano che ci inoltravamo nel fitto della foresta tropicale l’aria diventava sempre più densa e il caldo asfissiante. In silenzio seguivamo Helmut che pareva conoscere il posto o almeno era questa l’impressione che dava per il passo sicuro e la decisione nell’affrontare i sentieri.
Senza l’orologio e con il solo ausilio del sole pensai che fosse mezzogiorno, quando arrivammo in una radura che ritenni essere centrale all’isola. Era priva di alberi e ricoperta di erba verdissima che si muoveva sotto l’impulso del vento.
Il caldo era diverso. Più secco e meno umido rispetto alla foresta. All’ombra di un albero che era piegato tutto d’un lato e contorto per la mancanza di spazio per tre quarti decidemmo di fare colazione.
Mi guardai intorno un po’ spaesata. La foresta non pareva contenere essere viventi all’infuori di noi. Non avevo udito un verso o un canto di un uccello e neppure lo strisciare di una serpe o il frusciare di qualche selvatico. L’unico rumore era il sibilo del vento che si insinuava tra gli alberi della foresta. Tutto questo dava una connotazione d’irrealtà alla nostra escursione.
Volsi uno sguardo muto verso i miei compagni di avventura, che in silenzio stavano mangiando qualche tramezzino avvolto in foglie di banano. Addentai il mio con rabbia, perché nessun suono rompeva l’atmosfera silente in cui eravamo immersi a parte il lavorio delle mascelle e i nostri respiri.
Rimanemmo lì seguendo l’ombra del nostro albero per un tempo che mi parve lunghissimo.
Presi l’iniziativa di parlare visto che tutti tacevano.
«Il nostro accompagnatore quando ci viene a prendere?» sussurrai con un filo di voce appena al di spora dell’udibile.
Helmut alzò le spalle mentre si appoggiava con la schiena al tronco, intrecciando le mani dietro la testa.
Pierre alzò gli occhi al cielo come per dire che ero una rompipalle.
«Non saprei» spiegò Meggie, che era stata l’unica a parlare. «Forse più tardi, quando il sole è basso sull’orizzonte. Ma forse è solo un pensiero mio».
Un groppo alla gola mi strozzò il respiro e deglutì forte tanto che sembrò un tuono nel silenzio irreale dell’isola.
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