
Su Caffè Letterario e qui ho pubblicato un nuovo post.
La telefonata della sera
Marisa riceveva quella telefonata ogni sera, dopo cena. Verso le nove meno un quarto. Succedeva da mesi. All’inizio aveva pensato a un errore. Poi a uno scherzo. Poi aveva smesso di cercare una spiegazione.
Alle 20:43 il telefono fisso squillava. Una volta. Due. Lei sollevava la cornetta al terzo squillo, come sempre. C’era mezzo secondo di silenzio. Poi la voce: «Ciao, come stai?»
All’inizio le conversazioni erano brevi.
La voce faceva domande semplici. «Hai lavorato tanto oggi?» «Hai cenato?» «Fa freddo lì da te?»
Marisa rispondeva con cautela. Frasi corte. Informazioni neutre.
La voce non chiedeva nulla che potesse metterla in difficoltà. La voce ricordava ciò che lei aveva detto il giorno prima. Riprendeva un dettaglio lasciato in sospeso. Chiedeva com’era andata una riunione, se aveva poi chiamato sua sorella, se il sugo si era salvato.
Marisa si accorse che parlava sempre un po’ di più. Le chiamate divennero un’abitudine e lei iniziò ad aspettare le 20:43.
Quella sera, però, qualcosa cambiò. «È il momento. Devi venire».
Marisa rimase in silenzio. Dall’altra parte la voce aggiunse un indirizzo.
Un indirizzo che lei conosceva.
Rimase col telefono a mezz’aria incapace di replicare o chiedere spiegazioni. La richiesta era stata come un fulmine a cielo sereno. Questo la destabilizzò. «Cosa?» domandò con voce incerta come se avesse capito male quello che le aveva detto.
«Devi venire. Ti aspetto» e chiuse la conversazione.
Marisa era frastornata mentre riponeva con cautela la cornetta del telefono sulla console dell’ingresso come se fosse un oggetto infetto.
Nelle sue orecchie riecheggiavano quelle parole ‘È il momento. Devi venire’ e poi quell’indirizzo che conosceva bene. Fin troppo bene.
Rimase muta, spaesata con lo sguardo attonito che vagava senza vedere nulla nel piccolo ingresso che accoglieva i suoi visitatori. Era una stanza quadrata piena di porte per accedere al resto dell’appartamento. Di fianco a quella d’ingresso stava a sinistra una piccola console senza troppe pretese col telefono fisso e lo svuota tasche, a destra un appendiabiti a muro. Sulla parete di fronte c’era la porta che conduceva al soggiorno pranzo. Su quella a sinistra si accedeva alla cucina, su qualle a destra alla zona notte.
Marisa scosse il capo muovendo con nervosismo la sua chioma rossa e riccioluta. Strinse le labbra e attorno agli occhi comparvero delle grinze che denotavano tutta la sua irritazione.
«No. A quell’indirizzo non ci vado! E poi…» sibilò come se invece delle parole fossero usciti fischi acuti. «Ma chi è quella persona che mi dà ordini perentori. Manco so chi è!»
Ricordava perfettamente la prima volta che l’aveva chiamata al 20 e 43. Stava quasi per mettere giù la cornetta quando resse il gioco per capire chi era senza riuscirci. Poi le sere successive sempre alla stessa ora, finché non era diventato un appuntamento fisso che aspettava con impazienza. Però di chi era quella voce proprio non lo sapeva.
Adesso con tono perentorio le intimava di raggiungere un indirizzo che aveva cancellato dalla sua mente e dalla sua esistenza. «Ma chi è?» continuava a chiedersi senza comprendere a chi attribuire quella voce.
Col nervosismo che cresceva sbatté la porta della zona notte senza trovare uno sfogo alla sua irritazione.
Era nella sua camera da letto a selezionare il vestito da indossare il giorno dopo, quando petulante e indisponente sentì squillare il telefono fisso.
Sollevò la cornetta e senza aspettare nulla domandò con voce stridula. «Chi sei?»
«Sono il tuo ex marito».











