L'attesa

Il giorno seguente Goethe si alzò di buon’ora, perché voleva tornare là. Era rimasto colpito dalla delicata bellezza di Angelica e dalla naturale modestia della più famosa pittrice di Roma.
Uscì dalla locanda, dove alloggiava, nei pressi di Castel Sant’Angelo e con passo svelto s’incamminò verso via Sistina.
Le vie erano già animate da molti carrettieri, che portavano le loro merci al mercato, e dovette fare attenzione per non finire sotto le ruote dei loro carri.
La giornata era bella, come poteva esserlo solo a Roma in quel periodo:un cielo terso con qualche nuvola sparsa in qua e in là, un tiepido sole autunnale, l’aria frizzante del mattino.
Si fermò lungo il tragitto ad ammirare qualche vestigia dell’antica Roma, fece qualche schizzo sul blocco che portava sempre con lui.
La camminata gli aveva messo appetito ed allegria, perché tra non molto sarebbe tornato lì, nello studio di Angelica. Sostò ad un angolo per comprare qualche rossa mela da mangiare prima di arrivare in via Sistina.
Ripensava all’incontro di ieri che aveva accesso dentro di lui la passione.
“Lei,” disse a sottovoce “ lei … è una giovane donna attraente e famosa, che è desiderata da tanti uomini ed invisa a tante donne. Lei gradisce la mia compagnia? Lei…” continuava a parlare da solo mentre di tanto in tanto mordeva la mela che aveva in mano, “Lei ha accettato il mio invito perché io sono Goethe o perché le piaccio?”
Parlava ormai ad alta voce e i passanti guardavano quello straniero avvolto nell’ampio mantello e con un capello a falde larghe in testa come se fosse un matto scappato dal manicomio. Non capivano nulla di quello che diceva.
“Sie ist eine junge Dame. Sie ist eine beruehmte und bekannste Malerin ihrer Zeit….” Scuotevano la testa e commentavano in romanesco quello strano individuo.
Goethe continuava come se quei passanti ignoranti fossero dei fantasmi, parlando in tedesco sempre più ad alta voce.
“Mein ist das getraeumtes Glueck. Agelica, wo ist Sie? Warte mir, ich komme frueh!..”
Più parlava, più affrettava il passo, più attirava gli guardi incuriositi della gente per strada.
Angelica, come al solito, indugiava nel letto, dove dormiva ormai da tempo da sola, ripensando all’incontro con il grande poeta.
Lei era famosa e ricercata e non c’era nobile o ricco o prelato che non desiderasse essere ritratto da lei. Molte donne giovane e vecchie venivano al suo lussuoso atelier per essere dipinte sulla tela, provando una sincera invidia verso quella donna non ancora sfiorita dall’età. Aveva innumerevoli corteggiatori tra cui poteva scegliere a suo piacimento, ma ora era sola e Goethe era un bel uomo giovane e famoso.
Quella notte aveva dormito in preda all’agitazione sognando lui, che le era accanto nel letto. Più di una volta aveva allungato una mano sperando di trovare il suo corpo, ma si era svegliata stringendo solo il lenzuolo. La voglia, il desiderio era cresciuto di pari passo con la stanchezza della notte insonne rimpiangendo di avere rimandato al giorno dopo l’invito.
“Perché sono stata così sciocca? Perché non ho accettato l’invito all’osteria? Perché …” si domandava mentre sentiva il leggero fruscio delle lenzuola sulle braccia e sul viso, “Perché ho avuto paura di andare? E se oggi non venisse, come potrei fare? Se non venisse più, perché io l’ho respinto, come potrei richiamarlo vicino a me?”
Quanti perché Angelica ripeteva ad alta voce, quando sentì un bussare discreto alla porta e disse  “Avanti. Vieni pure Maria.”
“Signora, la porta è chiusa a chiave”. Angelica uscì dal caldo abbraccio del cuscino e rabbrividendo apri la porta, lasciando entrare la donna che aveva in mano un vassoio con la colazione. Si avvicinò al tavolino nel centro della stanza posandolo,mentre liberava le finestre dai pesanti tendaggi. Un bel raggio di sole inondò la stanza, costringendo Angelica a chiudere gli occhi, mentre rapida tornava al caldo del letto.
Ormai l’incanto della notte era strappato e a malincuore doveva uscire dalla lenzuola per affrontare la nuova giornata.
Maria l’aiutò ad infilare la pesante vestaglia ricamata colore cremisi, a mettere le pantofole di panno foderate con morbido pelo di agnello, a sistemarsi sulla sedia sul tavolo apparecchiato con la colazione.
Non aveva fame, non provava gioia nel sorseggiare il latte caldo, né il pane dolce sembrava dolce, insomma non c’era nessun piacere nel consumare la colazione. La mente riandava di continuo alla giornata precedente, a quell’incontro tanto stimolante, al timore che lui non venisse nello studio, al pensiero di quello invito non accettato prontamente.
Maria premurosa le chiese se avesse dormito male nella notte senza ricevere risposta. Cominciò a preparare la stanza da bagno accendendo il fuoco nel camino per riscaldare l’ambiente, a portare brocche di acqua calda e fumante per lavare la sua signora.
Era ormai quasi mezzogiorno, quando Angelica si avviò verso lo studio di Via Sistina, che distava pochi passi dalla sua bella casa posta un poco più in alto da dove si poteva osservare quasi tutta la città.
E lo vide avvolto nel suo mantello che camminava avanti e indietro davanti al portone che nascondeva al suo interno l’atelier.
Ebbe un piccolo mancamento e stava per girarsi e tornare sui suoi passi, quando lui la vide.

(parte terza)

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One thought on “L'attesa

  1. …troppo spassose le frasi in Tedesco…come la scena che mi sono immaginata…di qs uomo che vaga per le strette vie secondarie di Roma, con tanto di mantello, con la testa china, assorto nei suoi pensieri che parla ad alta voce… 🙂

    Insolita forse Angelica…io me l’aspettavo algida e fredda e invece si rivela insicura e fragile….
    AHHH, noi donne! Sempre in balia di voi uomini! 🙂

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