Un viaggio, un incubo – quindicesima puntata

L’avventura di Simona si arricchisce di una nuova puntata. Per le altre basta cliccare qui.

Foto di Lukas Kloeppel da Pexels

Buona lettura

Tutto è finito. Mark non è riuscito nel suo intento, quel giovane l’ha rassicurata che per stanotte può dormire sonni tranquilli. Simona, invece di coricarsi nel letto, si siede sul divano mentre piange in silenzio.

Rimane sdraiata fino al mattino tra brevi sonni e risvegli bruschi con la mente invasa da ricordi amari e incubi angoscianti.

Si sente indolenzita per la scomoda posizione con gli occhi impastati di lacrime secche.

Due sono i pensieri che l’angosciano: l’incubo notturno interrotto dal provvidenziale squillo del telefono e il tentativo di Mark di forzare l’apertura della porta.

Si domanda perché ha sognato un appartamento sconosciuto con una precisa e meticolosa nitidezza. I ricordi sono netti e non cancellabili.

«Si trova in America, perché quel tipo di casa esiste solo qui» mormora, mentre sente inumidire le ciglia. «Eppure non ho frequentato nessun appartamento americano, a parte il residence, ma non è questo. È forse un ricordo di un film?»

Scuote la testa, mentre le lacrime bagnano la maglietta. Tuttavia quell’appartamento le è apparso familiare, come se fosse di casa lì. Però un altro pensiero si forma nella sua mente sul legame tra il viaggio americano, affrontato con grande entusiasmo e trasformatosi in un incubo, e quelle quattro persone. Non esiste ma per un motivo o per un altro quei tre uomini e la donna sono associati a ricordi, che hanno segnato la sua vita.

Simona distende le gambe sul divano, mentre la giornata si preannuncia afosa. Una leggera foschia aleggia tra le guglie dei grattacieli.

Analizza il sogno perché ricorda la sensazione terribile provata, quando ha tentato di chiedere aiuto e la voce non usciva dalla gola. È entrata nel panico per quella afasia. Sentiva le loro voci, ma non la sua. “È come se fossi rinchiusa in una bara senza riuscire a comunicare con l’esterno” pensa mentre un brivido percorre il suo corpo accaldato.

Tuttavia quello, che la spaventa, è stato il senso d’impotenza percepito: avvertiva i loro movimenti, senza che lei potesse muoversi o difendersi. Comprende cosa possa provare chi si trova in una condizione d’incapacità nell’uso della parola o delle mani. È una sensazione terribile.

“Come sono finita in quell’appartamento con Roberto, Enrico, Anna e Mark?” si chiede una volta di più. Però quello che la tiene in ansia è stato quando Mark ha tentato di entrare. Lei è rimasta paralizzata dalla paura. “Paura?” si domanda, stringendosi con le braccia. “No, peggio. Incapacità di reagire di fronte al pericolo”.

Quella manovra non avrebbe avuto successo con un atteggiamento mentale più aggressivo. Quello che la sta preoccupando è stata la mancanza di una qualsiasi reazione nervosa e l’apatia nel chiedere aiuto. In altre situazioni analoghe riconosce che le è già capitato. Dunque percepisce i pericoli, ma non è capace di attuare la strategia difensiva che la sua mente ha elaborato.

“Sì, io ero dietro la porta col telefono in mano, ma mi sentivo paralizzata, come nel sogno. Se fosse entrato, lui avrebbe fatto di me quello che voleva senza nessuna reazione da parte mia. Sono questi passaggi a vuoto che mi terrorizzano, perché capisco che non riesco a trovare la giusta scarica di adrenalina per difendermi. E se domani ricapitasse come mi comporterei? È questo che mi rende fragile”.

La notte insonne, lo stress degli eventi del giorno precedente la fanno sentire debole con la sola voglia di piangere.

“Oggi arriva Irene e non voglio farmi trovare ridotta a uno straccio. Non ho nessuna voglia di spiegare il motivo per il quale sono stanca e terrorizzata”.

Fa una doccia corroborante. Rimane a lungo sotto il getto che massaggia la pelle e la testa, percependo che la stanchezza sta scivolando via nel tubo di scarico insieme all’acqua insaponata. Avvolta in un morbido accappatoio e con un bel turbante azzurro a racchiudere i capelli bagnati, si concede una ricca colazione che consuma in camera.

Mette un Cd dei Coldplay in sottofondo, accende la TV- e inizia il breakfast sostanzioso come un pranzo. Seduta al piccolo tavolo di mogano in mutandine e reggiseno coi capelli umidi mangia bacon, uova al tegamino, salciccia, sandwich, verdure di ogni tipo. Il tutto condito con succo d’arancia e l’immancabile pancake ricoperto di sciroppo d’acero.

Mangia con lentezza per assaporare il gusto degli alimenti, quando sente suonare il campanello. Infila una polo bianca e un paio di jeans stinti. “Di certo non posso presentarmi seminuda” pensa, aprendo con cautela una fessura nella porta.

È Dick che le annuncia il cambio di suite.

«Stanotte non mi sono presentato» afferma allungando la mano. «Sono Dick, il responsabile della sicurezza del residence. Ti informo che la direzione è dispiaciuta per l’inconveniente notturno. Per evitare che possa ripetersi ha deciso, su mio suggerimento, di trasferirti in un’altra suite al terzo piano, dove sia più facile controllare il corridoio d’accesso. Riteniamo che quella persona ritenterà d’introdursi. Però stimiamo strano il comportamento. Per caso è un tuo conoscente?»

Questa domanda la impietrisce perché non sa come rispondere.

“Devo dire la verità oppure confezionare una bella bugia?” si domanda incerta Simona.

Alla fine decide per raccontare la verità, perché in effetti Mark le ha messo in corpo una bella fifa.

«So solo che si chiama Mark. Il cognome e dove abita lo ignoro. Ha una Buick nera. L’ho conosciuto su Twitter e poi abbiamo conversato a lungo con Messenger e Skype. Visto che avevo due settimane di ferie e non sono mai venuta a New York ho pensato di unire alla vacanza anche la sua conoscenza. Ieri mattina si siamo incontrati per la prima volta in Central Park. Però la prima impressione non è stata favorevole tanto che avevo deciso di non incontrarlo più. Come sia risalito dove alloggio non lo so, perché non glielo avevo comunicato».

«Gli hai telefonato dal residence?» domanda Dick.

«Si».

«Dai tabulati delle chiamate alla sua utenza ha ricavato l’indirizzo. Ora è un po’ più chiaro. Rimane come abbia puntato alla tua suite. Per caso ti ha mandato una lettera?»

«Sì».

«È uno stratagemma semplice ma sempre efficace. Basta osservare in quale casella viene deposta la busta e il numero della suite è indovinato» afferma Dick sorridente.

Si rallegra per l’opportuna decisione di cambiare l’appartamento e lasciare vuoto il 510, che farà sorvegliare discretamente senza insospettire nessuno.

Diversi tasselli sono stati incastrati nei posti giusti, ma percepisce che qualcosa è stato taciuto. “Dettagli o punti importanti?” si chiede. Alla fine opta che siano particolari secondari dal tono del racconto e ininfluenti per il programma di protezione.

«Due raccomandazioni» suggerisce Dick col volto serio. «Non frequentare posti isolati o poco frequentati, specialmente di notte. Per gli spostamenti usa in prevalenza il taxi. È più sicuro. Fai attenzione quando ti muovi per New York. Quel tipo è scaltro e pericoloso. Senza altre indicazioni non è possibile attivare la polizia. Se prepari le tue cose, tra mezz’ora passa un inserviente per il trasloco. Buona giornata» fa Dick congedandosi.

Lei riflette su quanto le ha riferito. Dunque è in pericolo e deve muoversi con cautela. Per fortuna è in arrivo Irene. Questo la rasserena un poco.

In fretta raccoglie il suo bagaglio, controlla di non avere dimenticato nulla e si trasferisce nella nuova suite al terzo piano.

Il trasloco l’ha resa di buon umore mentre si avvia all’ESPN per il pranzo. Il locale dista solo meno di mezzo miglio dal residence.

Si guarda intorno, ma non scorge il viso di Mark.

Forse ha capito d’avere perso la guerra e l’ha lasciata perdere.

 

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0 thoughts on “Un viaggio, un incubo – quindicesima puntata

  1. Che dirti, mon amì, forse mi spiazza che tutto ruoti attorno all’attrazione di Mark per lei e non ci sia azione, cosa alla quale qui m’ero abituata

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