Compagnia per l’estate – 7 – Prosegui la storia

Curiosando qua e là ho trovato questo esercizio dove dobbiamo liberare la nostra fantasia.

In pratica fornito un incipit dobbiamo proseguire la storia e creare un mini racconto. In effetti si dovrebbe produrre qualcosa di più: un finale profetico. In quello che ho sviluppato manca questo finale profetico. Pazienza.

Ecco lo spunto iniziale.

Saranno tre donne. Apriranno la seconda porta del tempio e lo saccheggeranno. Fuggiranno come volpi e soltanto un bambino vedrà il loro viso.

La kitsune

Di seguito il mio racconto.

Saranno tre donne. Apriranno la seconda porta del tempio e lo saccheggeranno. Fuggiranno come volpi e soltanto un bambino vedrà il loro viso.

Giacomo, un bambino sveglio e mingherlino, viveva con la madre single in una città lontana nel tempo e dal luogo della visione. Stava assistendo a qualcosa di speciale.

Le tre donne indossavano uno strano vestito ricco di colori, che lui non aveva mai visto. Avevano età e statura diverse ma erano svelte come gatti. Giacomo le osservò come con destrezza avevano aperto la seconda porta del tempio, un portale di legno massiccio intarsiato d’oro. Quell’immagine lo affascinò, perché non ricordava di avere mai visto nulla di simile, nemmeno sul libro di storia.

“Ma dove sono?” Era incapace di staccare la vista da quella visione.

La più vecchia delle tre si intrufolò nella piccola apertura del portone, seguita dalle altre due. Percossero un corridoio buio rischiarato da torce morenti.

«Svelte» incitò la donna, di cui si intravedeva solo il viso dal colorito olivastro. «Non possiamo perdere tempo. Il gran maestro sa che c’è stata un’intrusione e sta accorrendo coi soldati».

A passo svelto raggiunsero il centro della sala, dove su un piedistallo stava una coppa ricolma d’oro e d’argento. Il tesoro del tempio di Visnù. Le due giovani l’afferrano e la vuotarono in un enorme bisaccia che la più anziana aveva estratto dal il sari.

«Veloci. Andiamocene» intimò la donna con la sacca caricata sulla spalla. Era curva sotto il suo peso ma camminava spedita verso il portone. Devono varcarlo prima che si richiuda, altrimenti rimangono intrappolate nel tempio.

Giacomo a bocca aperta e con gli occhi sgranati per la sorpresa e la curiosità ascoltava e osservava. Con le mani le incitava a fuggire, perché la porta senza rumore aveva iniziato a chiudersi.

La più anziana si fermò e spinse fuori le altre due.

«Forza» gridò Giacomo, pensando di aiutarla. «Scappa o rimarrai chiusa dentro».

Con un balzo la donna uscì dalla fessura ma il sari rimase impigliato nel battente chiuso. Provò a tirarlo, a strapparlo ma pareva che fosse impossibile sia a romperlo che a estrarlo. Con mossa rapida si girò più volte abbandonando l’indumento per terra e rimanendo con una sottogonna e una camicia bianca.

Giacomo applaudì quando la donna a lunghe falcate raggiunse le altre due, che non si erano accorte di nulla.

«Correte. Correte» le incitò Giacomo. Aveva visto un uomo dalla barba bianca e dal turbante azzurro, avvolto in una tunica bianca che avanzava seguito dai soldati.

Le tre donne con la pesante bisaccia che impediva di correre più rapidamente si avviarono verso un bosco di piante basse e quasi secche, sollevando polvere e sassi al loro passaggio.

Giacomo fremeva, perché avrebbe voluto aiutarle a fuggire, a nascondersi. In quel posto sarebbe stato difficile occultarsi e sarebbero state facilmente individuate e catturate.

“Perché parteggio per loro?” si chiese in un rigurgito di onestà. “Hanno profanato un tempio e sono delle ladre”.

Ricordò gli insegnamenti della madre. Non doveva nominare il nome di Dio invano, né comportarsi in modo sconveniente nei luoghi di culto. Però quello su cui batteva di più era che non doveva rubare. Dunque lui parteggiava per chi aveva infranto le regole. Però secondo la sua visone erano le più deboli e si doveva aiutarle.

La corsa delle tre donne nel misero boschetto divenne sempre più difficoltosa, perché faticavano a respirare per la polvere e il caldo. Il brahmano e i soldati erano sempre più vicini e urlavano di fermarsi.

«Correte più forte. C’è una grotta a cento metri» gridò Giacomo che si torceva le mani per l’ansia. «Ancora un piccolo sforzo».

La più giovane del gruppo ruzzolò a terra esausta e ansante, scuotendo la testa, perché non aveva intenzione di alzarsi.

«Madre, Ajala è caduta e non vuole alzarsi» disse la ragazza fermandosi accanto alla sorella.

La donna valutò la distanza che le separava dalla grotta, il punto di salvezza, e quanto erano vicini i soldati. Fece due balzi e gettò la sacca nell’imboccatura e ritornò sui suoi passi.

«Giacomo, Giacomo».

La voce di sua madre lo stava svegliando.

«Giacomo, stai facendo il tuo solito brutto sogno?» Stava vicino al letto.

«Uffa, mamma. Ho perso il finale».

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